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Alfredo Lambertucci. La strategia del canto fermo.
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Autore: Michele Costanzo
Ripercorrendo il lungo itinerario progettuale di Alfredo Lambertucci due aspetti emergono, di fondamentale interesse: l'ap partenenza di ogni sua opera ad un ordine logico, chiaramente delin eato fin dai primi anni della sua attività, e contem poraneamente la ca pacità di riflettere, attraverso i suoi molteplici la­vori, le ten sioni, i dubbi, le crisi e le obiettive vittorie, che hanno scandito le tappe della ricerca architettonica in Italia, a partire dal dopoguerra.
Il primo aspetto, è espressione della ferma volontà dell'autore di rimanere fedele a se stesso, alle proprie radici culturali. Quello che caratterizza il suo fare progettuale è la sistematica tendenza a convergere verso una sorta di 'concretezza', che è come dire: andare al fondo delle questioni senza, peral tro, eludere la verifica delle singole de terminazioni attraverso il confronto con un quadro complessivo di tipo teorico. La sua volontà a non lasciarsi travol gere dalla dinamica del reale, per conservare il senso pieno della propria iden tità, è chiaramente espressa da ciò che persegue nella sua attività di docente: «cerco di prati care una di dattica an corata a tematiche che hanno un riscontro nel reale», egli afferma, «impeg nandomi a trovare dei punti di equi librio tra i pro blemi che voglio affrontare e la capac ità che ho di renderli, senza riduzioni, materia trasmissi bile ai fini della formazione sco lastica. Così tento di evitare il dogmatismo e la gratuità cercando di rendere ra gione della complessa fenomenolo gia che caratterizza il campo operativo dell'architettura, eviden ziandone i rap porti con il conte sto, valutando l’incidenza dell’at tività edilizia nella definizione dell'habi tat, cercando corre lazioni significative tra ques tioni politico-ideo lo giche e scelte teoriche. Ho bisogno di questo quadro per occu parmi della progettazione architettonica e delle sue regole che tut­tavia non considero date una volta per tutte e buone per ogni occa sione, ma quali strumenti fina lizzati alla resa ottimale dei risultati che si vogliono raggiungere»[1].
Il secondo aspetto, è il riflesso di una sua singolare attitudine a cogliere e interpretare il senso profondo del contesto in cui opera; ciò dipende da due peculiari qualità, peral tro, doti fondamentali di ogni autentico artista: la 'curiosità' nei con fronti della gente e capacità di istituire un rapporto di intima adesione con l'ambiente fisico circostante. Egli afferma di aver sem pre «risposto alle sollecitazioni più stimolanti offerte dalle diverse oc casioni», facendo bene attenzione a «mettere in atto con il progetto, i cri teri che di volta in volta» gli sembravano essere «più inci sivi per affrontare realtà sempre più inafferrabili, anche accettando in crinature e scarti nella costruzione di un per so nale linguaggio»[2].
E' attraverso questa sua strategia, che egli riesce ad at tuare il suo cantus firmus: l'es sere disponibile, sollecito nei confronti delle trasformazioni del reale, mantenendo fissa la linea di coerenza che sostanzia la struttura della sua ricerca.
Per Lambertucci, il processo configurativo del progetto deve poter rien trare all’interno di quell'ambito analitico destinato a sovrintendere ad ogni «altra componente di stin tiva dello speci fico campo disciplinare»[3]; ciò che egli ricerca nell'architettura è, in definitiva, l'idea di integrazione.
Come è possibile leggere le diverse età di un albero attraverso la sequenza concentrica degli anelli che disegnano la sezione interna del suo tronco così, dal corpus dell’opera dell'architetto marchigiano, senza contraddire la sostanziale unità e coerenza dell'impianto metodologico che egli pone sistem­aticamente a confronto con il suo meccanismo ideativo, si possono distinguere quattro 'scansioni' che corrispondono a delle fondamentali fasi operative at­torno a cui si enucleano le tematiche del suo lavoro progettuale.

La sua attività professionale prende l'avvio nei primi anni del dopoguerra quando, compiuti gli studi presso la Facoltà di Architettura di Roma nel 1953, inizia a progettare la Chiesa parrocchiale di Consalvi (1953-60), un piccolo centro agri colo in provincia di Macerata.
Una volta realizzata, la costruzione si segnala immediatamente all'atten zione della critica e, nel 1962, verrà as seg nato ad essa il premio re gionale In/Arch.
In tale esperienza egli punta ad istituire una chiara ed equilibrata relazione tra architettura e natura, tra edificio e paesag gio agricolo circostante.
Tra i materiali illustrativi del progetto, comparsi in riviste o monografie sull’autore, forse l’immagine più solleci tante, quella che meglio e più di ogni altra sembra riassumere l'essenza del lavoro, è una foto in cui si vede, in una sequenza di piani: un campo arato, una quercia, due coppie di buoi legati al giogo e in ultimo, sul fondo, la chiesa, vista dalla fronte d'ingresso, con la silhouette di un prete che emerge dalla densa ombra del por tico.
La costruzione è composta da un insieme di volumi di varia al tezza che riflettono le differenti attività a cui sono destinati. Il colore continuo (interno- esterno) del mattone a facciavista e il gioco delle convergenze dei piani di copertura, accentuato serrato ritmo dei coppi e degli embrici, danno il senso dell'unità formale del l’organismo. L'impiego della muratura continua a mattone pieno (fatta ec cezione per l’aula ecclesiale che ha la struttura in cemento armato), la semplicità e la logica del suo impianto strut turale a piani paralleli, dal caratteristico profilo a segmenti diagonali, il secco gioco delle volu metrie e l'uso di materiali tradizionali e di colori naturali (terrosi), sono segni che tendono ad esprimere la chiara volontà di rifug gire da ogni sorta di monumentalismo, rinviando piuttosto ad un'immag ine di tipo domestico, ad un'idea di spazio aperto, disponibile.
L’intento espressivo che sottende la concezione dell’organismo è quello di sottolineare il suo profondo valore rappre sentativo rispetto al contesto fisico e sociale in cui si colloca.
Il senso del sacrale e del civile a un tempo che l'edificio comunica, è espressivo di due mo menti fondamentali della vita del l'uomo: quello intimo, privato, rivolto alla spi ri tualità e quello più ufficiale e pubblico, legato al l'operosità, alla quotidi ana atti vità lavorativa. In questo modo egli realizza una delle più intense testi monianze degli anni del dopoguerra.
Come spesso accade ad un autore nei confronti della sua 'opera prima', la componente au tobiografica acquista un ruolo preminente. Lambertucci, in questo progetto, sem bra immergersi negli imper scrutabili, tortuosi percorsi rammemorativi costituiti: dai ricordi familiari, della prima gioventù nel "natio borgo selvag gio" marchi giano -presso cui sistematicamente ritornerà, non solo ideal mente, in numerose oc casioni progettuali; e da quelli del suo periodo formativo a Roma -massimamente l'esperienza "neorealista" che egli vive attraverso letture, in contri, dibattiti e, in maniera assai più 'diretta' e 'partecipata', come collabora tore presso alcuni studi romani.
L’urgenza narrativa, che segna questi primi anni, è in parte atten uata dall'esigenza di costruire un apparato espressivo fortemente improntato all’impegno ideo logico «che portava, nel progetto di architettura», egli ricorda, «alla so spen sione della parola, alla rinuncia di aggetti vazioni, alla ricerca di espressioni anonime e dignitose che esaltassero l'ac cu ratezza tecnologica, l'attenzione distributiva, la chiara dispo sizione planimetrica»[4].
Tale sorta di 'riduzionismo for male' sposterà l'atten zione e l'urgenza op erativa, verso la componente costrut tiva dell'edificio. «Alla ricerca della 'poesia' o dell'espressione indi vid uale», scrive Arnaldo Bruschi, «si anteponeva l'impegno in un lin guaggio civile, comune e co muni cabile, che non si risolvesse in ge sti ambiziosi e pro grammatica mente riconoscibili; che evitasse quelli che ci sem bravano vuoti ed inutili compiacimenti formali. Era sem pre pre sente nel nostro fare quell'«orgoglio della modes tia» che aveva pro posto Giuseppe Pagano»[5].
Sul tema del valore etico dell’atto progettuale, Lambertucci ag giunge: «ho sempre creduto che professionalità signifi casse tensione civile e quindi ricerca e che la riflessione teorica non dovesse essere fine a se stessa, bensì mirata a miglio rare le con dizioni del fare»[6].
L'esperienza del cantiere accumulata in questi primi anni avrà in seguito -soprattutto in ordine alla componente del suo "agire concre to"- un determi nante peso e una fondamentale importanza. Essa si articola e si concretizza attraverso un rapporto diretto, ap passionato (spesso conflittuale ma, comunque, sempre assolutamente costruttivo) con la committenza e soprattutto con gli operai (muratori, carpentieri, fabbri), i veri esecutori dell’opera, as sumendo da tutto ciò, quello che andrà a costituire una delle componenti fon damen tali della sua personalità di progettista.
Nel suo immergersi nell'operatività diretta del cantiere, nella ricerca di una sua fisica implicazione, all’interno del processo costruttivo dell'edificio, Bruschi vede riaffiorare «le es perienze della sua prima gioventù nel borgo rurale: l'osservazione degli antichi gesti e degli antichi stru menti, la comprensione dei 'segreti' di ogni fare man uale, la con sapevo lezza dei mezzi e dello sforzo per piegare e for mare la ma teria, per tra sformarla secondo la sua natura e le sue possibilità in manufatti utilizza bili»[7].
Come testimoniano le prime opere degli anni Cinquanta, l'attenzione alla realtà del cantiere gli consentirà di evitare facili cadute verso linguaggi di tipo vernacolare o sto ri cistico. D'altra parte, come si è già accennato, egli risulta essere assai attento criti camente al dibattito architettonico, sia rispetto a ciò che accade in Italia che per quello che avviene fuori.
Sarà dunque il peso delle esperienze della sua formazione, unito alla sua attitudine riflessiva, ad indurlo ad accostarsi, negli anni seguenti, all'esperienza scandinava. Egli ricorda, in particolare, Aalto, il quale «suggeriva medi azioni stimo lanti tra l'inter nazionalismo delle avanguardie e le esigenze della contestualizzazione»[8].
Per rendere il senso del profondo travaglio individuale di quegli anni nella ricerca di una linea da seguire, coerente con la realtà eco nomica del paese, con la sua capacità produttiva, il più possibile depurata dalle inconsistenti sovras trutture formaliste da cui in larga misura, soprattutto in area romana, veni vano attratti gli intellettuali, è interessante riportare ciò che scrive, a propo sito del progetto per il Quartiere Ina-Casa a Rimini (1956-58): «La cultura più diffusa in Italia era basata su luoghi comuni che racconta vano i quartieri tedeschi come am bienti alie nanti, generati da un produttivismo taylorista dis umano ed astratto.
Così nelle progettazioni Ina-Casa ricomparve lo stori cismo ro mantico di Giovannoni nelle sue versioni più pae sane, sostenuto ideologicamente dall'esigenza di 'realismo' appoggiato alla più arretrata condizione produttiva del Paese quale quella ristagnante nell'anteguerra.
Nei casi migliori (...) si assunsero i modelli del 'neo-empirismo' scandinavo che ave vano esorcizzato l'ideologia delle avanguardie proponendo soluzioni accattivanti e consolatorie, antiretoriche e confidenziali, capaci di isti tuire un nuovo rapporto con la natura, ma del tutto insufficienti a confron tarsi con la città, luogo perenne del conflitto»[9].
Una seconda opera assai rappresentativa di questo periodo, conclusiva rispetto ad una prima fase di ricerca, è l'Istituto di farmacologia nella Città Universitaria di Roma (1955-1959), progettata con C.Dall'Olio.
Si tratta di un’opera, certamente di grande impegno, pervasa da un’in tensa emotività espressiva che, per l'architetto marchigiano prelud erà, all'inizio degli anni Sessanta, ad una svolta de terminante.
"Vivemmo l'esperienza senza eccessiva tensione", egli af ferma, «forse per l'incoscienza dovuta alla giovane età e forse anche per ché il confronto avveniva entro la sede storica discreta del pro getto Moderno a Roma (l'edificio è adia cente all'Istituto di botanica di G.Capponi) che ci consentiva di riallac ciarci in maniera agevole e senza strappi ad alcune sue mani festazioni più recenti come l'architettura dei paesi scandinavi»[10].
La particolare rilevanza del progetto, dal punto di vista figura tivo, risiede nella notevole capacità di rimanere in equilibrio tra dif ferenti istanze linguis­tiche, variamente orientate, senza mai sog giacere a nessuna di esse: un "real ismo" tenuto a distanza, un "razionalismo" conservato allo stato la tente ed un "neo-empirismo critico" impiegato come una sorta di 'uscita di si curezza'.

L'opera che segna il trapasso dal primo al secondo periodo è l'Ed ificio Laterza a Bari (1958-62), destinato a negozi, uffici ed abitazioni. Dal punto di vista formale, esso si caratterizza per un at tento riesame delle esperienze 'lombarde' dei BBPR, degli Albini, dei Gardella -ed anche dei Viganò, se pen­siamo al gioco dei balconi della prima soluzione.
Il progetto è assolutamente esemplare, soprattutto rispetto al principio metodologico attraverso cui viene a costituirsi l'immag ine.
Il lavoro di 'depurazione' linguistica a cui egli assoggetta l'atto determina tivo dell'immagine architettonica, non è da intendersi come una sorta di 'implosione' del l'apparato formale a se guito di una sospensione del rapporto nei confronti dell'esterno, del fuori da sé, ma piut tosto rap pre senta un'apertura verso la trama urbana di tipo estensivo.
Per valutare pienamente gli aspetti di apparente atipicità di questo la voro, rispetto al metodo compositivo lambertucciano, bisogna con siderare che, punto fonda men tale della sua prassi progettuale, è l’idea di frammentazione: la scansione del l'unità volu metrica dell'ed ificio in parti separate e formalmente autonome. Questo avviene at traverso un processo di disaggre gazione e riaggrega zione delle unità spaziali dell'organ ismo, al fine di ottenere la loro massima ade sione alle componenti fun zionali dell'impianto. Il prevalere della figura, ossia dell'immagine unitaria e totalizzante, sulla logica del processo additivo delle parti è sempre evitato dall'autore per non indebolire (o rendere inoperante) il valore strutturale dell'atto formalizzatore.
In questo progetto egli parte dalla considerazione che «la trasfor mazione del centro risulta (...) un coacervo di episodi dispa rati che si esaltano nell'espressione vistosa della facciata, risolta quasi sem pre come puro episodio epidermico»[11]. Fondamentale causa dell'attuale caotico scenario urbano è la diversi ficazione dei va lori edilizi, ed è a proposito di questo punto che egli intende operare per attuare una 'risignifi cazione' del contesto. «La sempli cità dell'impianto, conseguente alle limitate esi genze della vita cittadina ottocen te sca", è stato disintegrato "sotto la spinta delle mutate con dizioni, senza portare a solu zioni alterna tive accettabili". Le nuove ricostruzioni hanno dato luogo "a so luzioni determi nate solo dall'estensione dell'area di sedime, non ri con du ci bili a criteri di omogeneità tipologica»[12] .
Se in un primo tempo Lambertucci si era ind i rizzato verso il recupero di alcune espressioni caratteristiche della realtà figurativa del quar tiere murattiano, allo scopo di commisurare le qualità formali del nuovo intervento con quelle storico-ambientali dell'intorno, nella soluzione definitiva lascia preva lere il valore ideale della trama spaziale che l'intervento (in maniera essenzialmente allusiva) mette in atto. L'impianto è, infatti, impostato su tre assi cartesiani che hanno lo scopo di co municare il senso di "un'estensione senza limiti" che, nella sua espansione metaforica investe la totalità del quartiere. Con questo, si viene ad istituire un rapporto tra edificio e continuum spaziale fruibile in ogni suo punto: dagli spazi interni all'intero assetto urbano.
Il lavoro di sintesi dell'esperienza di Bari, risulterà significativo per Lambertucci nello sforzo di superamento della problematica dell'ambiental ismo, come anche nella ricerca di strumenti atti ad incidere più attivamente la configura zione del luogo.
Come per la necessità interna ad un processo logico, Lambertucci si lascia attrarre dall'indirizzo del new brutalism inglese, in cui trova di retta corrispondenze ed adeguate risposte in ordine ad alcune intenzionalità che l’esperienza di Bari aveva lasciate ine spresse (o non compiutamente delin eate).
Un significativo punto di contatto nella ricerca è riscontrabile in una certa adesione alla linea etica e teorico-formale di Alison e Peter Smithson: «Il nostro modo di intendere il funzionalismo», essi scrivono, «vuol dire ac cettare le re altà della situazione con tutte le contraddizioni e le confu sioni e cercare di farne qualcosa. Di con seguenza noi dobbi amo creare un'ar chitettura e un town-planning che -mediante la forma costruita- ren dano significativa la trasformazione, la crescita, il flusso, la vitalità della co mu nità.
Inerente all'organizzazione di ogni edificio deve essere il rin novo dell'intera struttura della collettività»[13].
L'intensa attività progettuale che seguirà, prevalentemente rivolta al tema residenziale, è in gran parte improntata a tali principi di fondo, anche se non manca un attento confronto con il dibattito che si sta svolgendo in Italia sulle temati che della grande di mensione, alimentata dal diverso contributo teorico e pro gettuale, di fondamen tali figure quali: Giuseppe Samonà, Manfredo Tafuri e Ludovico Quaroni.
«Con l'insoddisfazione per le pratiche tradizionali di controllo dell'ambiente", egli afferma, "nasce la grande illusione del town-design e della 'grande dimensione' al fine di ampliare la portata dell'intervento architettonico e rivoluzionarne l'espressione lin guistica.
(...) Di quegli anni ricordo (...) lo shock procuratomi dalla pro posta quaroniana per le Barene di S.Giuliano che spazzava di colpo tutte le temati che impostate negli anni precedenti sul quartiere ed azzerava il rapporto tra forma dell'insediamento e ricerca tipologica»[14].
Dell'importante contributo inglese nel campo residenziale, che si viene elaborando in questi anni, Lambertucci apprezza in particolar modo l'innovazione tec nico-costruttiva, in quanto contiene delle in dicazioni che possono essere ben re cepite anche dal nostro sistema produttivo. Si tratta di un procedimento basato «su una razional izzazione del cantiere che inizia con la modu lazione dimensionale ed una prefrabbricazione semi-pesante delle strutture orizzon tali e soprattutto dei tamponamenti es terni»[15].
Espressione diretta di questo clima culturale sono i progetti per: i due quartieri Ises di Secondigliano a Napoli (il primo del 1965, con S. Lenci e il se­condo del 1968, con il gruppo di F.Gorio); l'Unità residenziale di Spinaceto a Roma (1967); gli Alloggi Gescal a Ferrara (1969-73).
Un aspetto di particolare interesse, che in qualche modo caratterizza l’in sieme di tali es pe rienze, è rap presentato dalla nuova scala dimensionale e so­prattutto dal mutato rapporto di inte grazione tra residenza e servizi. Si tratta di vere e proprie unità d'abitazione, con cepite, afferma Lambertucci, "per una città aperta e illimitata".
L'impianto spaziale del primo progetto per Secondigliano «anziché con sistere in un unico blocco che contiene al pro prio interno tutti i servizi», egli osserva, «individua una zona densamente urbana come nucleo cen trale da cui si di partono a croce edifici lineari che vanno ad occupare, per settori, il parco circostante»[16].
Del secondo progetto per Secondigliano, Lambertucci tiene a sot to li neare il «valore eminentemente dimostrativo di aspetti metodologici e com positivi (...) che faranno parte di mie ricerche successive sul tema della residenza»[17].
A partire dal secondo complesso per Secondigliano, si viene a stabilire un rapporto di stretta dipendenza tra il pro cesso organizzativo e dislocativo degli spazi e quello con figurativo e formalizzatore. Di questo se condo aspetto, più diretta mente legato alla questione lin guistica, si deve rilevare l'assunzione di una tipologia di impianto fondato su una figura ricorrente: il 'doppio corpo contrapposto'; essa compare in questa fase, anticipata da due pre cedenti esperienze: l'Università di Chieti (1966), dove l'iterazione della figura rende meno incisiva la soluzione configurativa dell'insieme; e l'Università di Teramo (1967), in cui tale il sintagma è posto in con trappo sizione ad un 'corpo semicircolare', che andrà ad intessere un nuovo e differente tes suto relazionale. Incontreremo nuovamente il tema formale del 'corpo semicirco lare' nel progetto per la Facoltà di Ingegneria di Perugia (1990).
L’arricchimento del bagaglio espressivo lambertucciano e, per certi versi, l'acquisizione di una sempre maggiore comp lessità, che viene a determinarsi in questi anni, non deve es sere letto in contraddizione con il gioco della frammentazione volumetrica a cui in prece denza abbiamo fatto cenno, in quanto l'introduzione dell'elemento figurativo 'forte' deriva dalla necessità di organizzare strutture di grandi dimen sioni a cui si viene a contrapporre la lib era organizzazione dei vo lumi, a scala inferiore.
Bisogna osservare che in seguito -ormai superata la logica del town design- Lambertucci continuerà ad utilizzare lo schema a 'doppio corpo contrapposto' come semplice configurazione lineare senza, peraltro, rin unciare ad opporre all’unità e all’inci sività del segno iconico un'aggregazione libera di volumi. Su tale impianto di base, saranno impostati i progetti per: il Centro cultur ale polifunzionale a Messina (1976); l'Istituto tecnico sta tale a Ferrara (1972); la Scuola elementare di Vigne Nuove a Roma (1978).
A conclusione dell'intensa e proficua fase di riflessione sulla resi denza, è interessante soffermarsi sul complesso Gescal di Ferrara. Si tratta di un pro getto che ha avuto la buona sorte di essere realizzato senza rimanere, come i precedenti la vori, allo stato di puro studio teorico o, come è il caso di Spinaceto, essere eseguito a prezzo di pro fonde tra sformazioni e incom pletezze.
Il complesso abitativo di Ferrara rappresenta, dunque, per Lambertucci, un importante banco di prova per sperimentare idee che non hanno, fino ad al­lora, trovato l'opportunità per es sere attuate. «L'occasione si presenta particolarmente favorevole», egli af ferma, «per il rapporto con la città, per la scala di inter vento (...), per la disponibilità alla speri men tazione tecnologica.
Rivedendo l'iniziale zonizzazione che divideva l'area, stretta ed allungata, in due parti, una per edifici a cinque piani, l'altra per edifici a due piani, è possibile disegnare due fabbricati attorno ad un invaso spaziale che rimanda nel contempo alla corte allungata, alla piazza lineare, al giardino dietro le case. Le case alte sormon tano ritmica mente le case basse a schiera, generando una inconsueta contaminazione tra tipi edilizi noti in funzione di un'im­mag ine che ha ragione d'essere in rapporto alla città. Infatti l'inter vento si colloca ai margini orientali della città e costi tuisce una sorta di bastione memore dell'an tica cinta»[18].
Quest'ultima considerazione trova quasi speculare riscontro in un disegno in cui senza indulgere in eccessivi dettagli, Lambertucci ri esce a rendere con notevole effi cacia il senso dell'impalcatura spaziale dell'intervento, tutta gio cata sul doppio rap porto di scala: corpi bassi continui e corpi alti, che caratter­izza l'interno della corte; tale particolare at tenzione alle qualità am bien tali -alla "tessitura sottile delle trame", come afferma Aldo van Eyck- ci ri porta allo spirito del Team X, estremamente vivo in quegli anni e, come logica conseguenza, a certe scelte linguisti che che sembrano indirizzarlo verso Sheppard Robson, James Stirling, soprat tutto per il gioco aggregativo delle volumetrie, stemperato dalla severità monoto nale del materiali impiegati, e verso Leslie Martin e Denys Lasdun, per la ricerca di certi 'segni' -le incisioni pro fonde nel volume- che hanno lo scopo di recu per are l’unità formale dell'in tervento.
Orientato, ancora, lungo la linea di ricerca "brutalista" è il progetto per gli Uffici giudiziari di Macerata (1967-71). Tale lavoro con clude la sequenza dei progetti del secondo periodo.
L'opera risulta interessante per l'articolazione e la conformazione dell'ambito interno, concepito come luogo pubblico, spazio l'incontro, ed anche per la sapienza e l'equilibrio con cui è condotto il gioco relazionale tra i molteplici elementi formali che convergono a definire l'insieme.
Tra i diversi materiali (grafici e fotografici) che illustrano il pro getto, forse quello che più compiutamente rappresenta l’essenza del l’idea progettuale è la prospettiva che pone il nuovo palazzo di gius tizia in primo piano e sullo sfondo -lungo il costone del colle- il paese, dominato dal campanile della chiesa.
L'organismo si presenta come un composto di volumi bassi dominato da un un elemento emergente: la torre degli uf fici giudiziari, che riprende la sug­gestiva soluzione dei piani sfalsati in aggetto della Boston City Hall di Kallman, Knowles e McKinnell; in questo modo si viene ad istituire un accostamento analogico di tipo tematico, per rendere la figura più pregnante. Le due emer genze, la torre e il campanile, poste in posizione di reciproco confronto, costi tuis cono il tema di fondo del progetto: creare, con la nuova costruzione, un’im magine di riferimento per un nuovo paesaggio urbano, il paesaggio della per iferia. Tale relazione, però, non deve essere solo di tipo visivo, ma porsi quale pro fondo rapporto strutturale con la città esistente.
Nel 1991, l'autore elaborerà un'ipotesi di ampliamento degli Uffici giudiziari attraverso l'inserto di un corpo cilindrico che punta a stabilire una nuova determinazione degli elementi che compongono l’insieme.

L'impegno per la realizzazione del Complesso residenziale Iacp di Vigne Nuove a Roma (1972-79), unito ad una serie di studi e progetti, dedicati al riesame della tipologia dell'alloggio, delineano l'area di interesse prevalente che caratterizza il terzo pe riodo.
Nel progetto di Vigne Nuove, Lambertucci cerca di mettere a frutto le esperienze maturate negli anni precedenti; e questo in rapporto alla metodo logia delle scelte funzionali e organizzative, al processo configurativo dello spazio, come pure ad alcune importanti opzione linguistiche.
Nell'operazione di definizione dell'impianto del nuovo quartiere, un primo aspetto problematico, che Lambertucci si trova ad af frontare, è dato dall’ eterogeneità dell’intorno ur bano. Per dare il senso di una mag giore unità all'insieme e attenuare, nel contempo, la condizione di isolamento del nuovo insedia mento -sia rispetto al contesto immediato che alla città- egli opera secondo due differenti registri: il primo, volto a stabilire un preciso rap porto con la trama ur bana, mediante la distinzione tra "la sfera privata" e "quella pubblica", sepa rando «gli alloggi dai servizi collo cati a terra, lungo il percorso lineare»[19], che collega l’impianto resi denziale al sis tema stradale cittadino; il secondo, teso a determinare un’im magine forte mente caratterizzata, incisiva, dominante, in grado di porsi quale termine di riferimento 'figurativo' nel quadro di una riconformazione del nuovo paesaggio urbano.
Pur trattandosi di un’opera collettiva, affiorano alle diverse scale -dal dis egno dell’impianto alle soluzioni di dettaglio dei diversi corpi- alcune costanti tipiche del linguaggio lambertucciano: la configurazione del 'doppio corpo con trapposto', che si trova nella parte centrale del complesso; la conclusione dei corpi di fabbrica attraverso un secco taglio diagonale, come avviene: nell'Edi ficio po lifunzionale a Genzano (1969); nell’Istituto tecnico statale a Ferrara (1972) e nell'Albergo a Civitanova Marche (1974).
L’esperimento di Vigne Nuove costituisce per l'architetto un'im pegno di grande rilevanza dal punto di vista teorico-progettuale sia rispetto al processo compositivo dell’in sieme che all’approfondimento di questioni più specifiche concer nenti le qualità spaziali dell'alloggio e i suoi cri teri organizzativi e aggregativi.
Sull'onda di tale esperienza si inserisce la proposta per Nuove tipologie edilizie residenziali (1973) per il concorso Aniacap In/Arch. Come egli stesso afferma, il progetto costitu isce «la prima occasione per ri considerare l’insieme degli as petti disciplinari senza limitazioni, dall’alloggio alla città»[20].
Finalità della ricerca è quella di fornire una risposta di carattere generale di tipo metodologico. Solo successivamente -nel corso dello stu dio- si af fermerà l'esigenza di definire, altresì, l'identità del luogo attraverso l'analisi del suo processo formativo. A tale scopo verrà indicato al lora, come parte definita della città, il quartiere Tuscolano.
L’anno succes sivo, proseguendo sul filo delle riflessioni derivate dai prece denti studi, Lambertucci svolge, su richiesta del Cer-Gescal, una ricerca per Nuove tipologie residenziali a Primavalle (1974). «Dovevano essere indi viduate», egli scrive, «soluzioni tipo-morfo logiche alla scala urbana, di edifi cio, di allog gio» elaborando, inoltre, «proposte di riorganizza zione del tes suto edilizio da conservare»[21].
A conclusione della serie di progetti concernenti il tema della residenza collettiva, si deve includere la proposta per Alloggi-parcheggio a Foggia (1976). «Un tema emblema tico», afferma Lambertucci, «poiché la casa deve adattarsi a diversi tipi di intervento sull'esistente (...) disegnando nuovi e significativi rapporti tra gli alloggi, i loro prolungamenti, i servizi e gli spazi aperti»[22].
Sul versante più direttamente legato alla ricerca formale, si regis tra la volontà di semplificazione degli elementi che concorrono a definire la configurazione dell'impianto progettuale, mediante l'introduzione di una 'figura-conteni tore' -un corpo a U- che raccoglie al suo in terno un insieme di volumi i quali, tramite lo shift, un cambio di posizione, vanno ad assumere un differ ente orien tamento. E' una ricerca che ha inizio con il Centro culturale po lifunzionale di Messina (1976) e proseguirà negli anni succes sivi con il Palazzo comunale di Artena (1980).
Sullo stesso principio, ma con un solo vol ume all’in terno (sempre in po sizione ruotata), saranno impostati alcuni progetti degli anni seguenti quali: il Piano di zona «La Mistica I» a Roma (1984); il Con corso per edilizia resi denziale della Regione Emilia-Romagna (1985); e il Complesso di edilizia residenziale pubblica per il quartiere Testaccio a Roma (1983-85) -di cui solo nell’ul tima versione il corpo, all’interno della corte aperta, si trova in po­sizione ruotata.
Nell’attività di Lambertucci -in larga parte indirizzata verso ricerche che interessano organismi complessi a grande scala- il tema dell’abitazione individ­uale sembra acquistare un ruolo significativo solo se considerato sec ondo l'ac cezione di puro exsercices de style, nel senso che Raymond Queneau dà a tale espressione: forzare le regole del gioco, pur rimanendo all'interno dell'ordine logico che le governa. Tale impegno risulterà estremamente stimolante e attrattivo e ad esso egli rivolgerà una sua particolare atten zione durante gli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta.
Il primo esempio della serie è Casa Lambertucci a Genzano (1973-75). Il tema della composizione si fonda sulla problematica dell’incrocio tra l’assialità su cui si attesta il volume principale che conforma l’organismo e quella lungo cui vanno ad aggregarsi un insieme di corpi di ridotte dimensioni che fanno corona allo spazio d’ingresso.
Il nodo problematico che il progetto solleva, può essere avvicinato a quello derivante dal posizionamento dell’atrio di una chiesa nel braccio del transetto.
Per tale ragione egli, allora, sposta l’insieme degli elementi volumetrici all’interno di un’area circolare, intesa come nuova figura di riferimento, andando a modificare, in questo modo, il loro ruolo nel complesso della composizione: gli elementi in gioco vengono così, a dipendere dalla legge del 'cerchio contenitore' il quale, eliminata ogni gerarchia, pone sullo stesso piano i due assi e quindi le entità formali che ad essi si riferiscono.
Una seconda considerazione, a proposito di questo progetto, riguarda la copertura a botte ribassata impiegata per la prima volta in questo progetto; essa verrà a caricarsi, in questo come nei progetti che seguiranno, di un parti colare valore simbolico: quello della casa, nel duplice significato di casa dei vivi e casa dei morti.
Egli trae la suggestione da Le Corbusier -che inizia ad usare questa soluzione di copertura tra nel 1933 per la sua casa-studio a Parigi in rue Nungesser-et-coli, 24 e nel 1935 per la casa di vacanze Sextant a Les Mathes, presso La Rochelle; ma il senso dell'immagine è legato anche ad altri ricordi e riflessioni personali quali ad esempio la sagoma del vagone ferroviario che in un primo tempo avrebbe voluto sistemare nello stesso luogo.

Nell’ultimo periodo degli anni Ottanta e Novanta, Lambertucci impiega ancora tale monema nei progetti per: le Case bifamiliari a Genzano (1980); le Case a schiera a Genzano (1980-82); la Ristrutturazione e ampliamento del cimitero di Genzano (1982) -dove l'elemento formale viene assunto per definire la copertura del corpo porticato dei colombari; il Complesso di edilizia residenziale pubblica per il quartiere Testaccio -in cui il segno iconico viene utilizzato per identificare, all’ultimo piano, le al tane.
Contemporaneamente, egli prosegue con la serie di progetti per abitazioni individuali, utilizzati come banco di prova per definite ricerche formali. Attraverso tali esercitazione sul linguaggio (una sorta di 'sfida retorica'), egli seguita ad indagare sul proprio mondo espressivo, cercando di sondare le possibilità di segnare nuovi margini, nuovi confini.
Lungo questa linea epistemologica si segnalano allora: Casa Castelli (1986-90) e Casa Guidobaldi (1988-90). Entrambe hanno in comune la logica dell'approccio compositivo che con siste nello scomporre l’unità volumetrica in unità distinte, intervenendo, successivamente, attraverso operazioni quali: la sottrazione, la sostituzione, la rotazione, la defor mazione, la dislocazione.
Ma quello che caratterizza la ricerca lambertucciana in quest'ultima fase è, soprattutto, una riflessione particolarmente indirizzata all'intervento del nuovo nell'esistente (sia esso città o territorio antropizzato). Quello a cui egli tende è la totale integrazione tra progetto e contesto: l'approccio ideativo, deve necessariamente recepire, come dato fondativo del proprio processo, la lettura 'critica' della realtà al fine di scoprire, rivelare, restituire le qualità e il senso profondo del luogo.
L'attività fino ad ora legata alla configu ra zione dell'impianto a grande scala (e conseguentemente alle tematiche con cernenti il rap porto tra morfologia e tipologia) assume in sé tale istanza della ricerca, trovando un punto generale di riferi mento all'interno dell'indirizzo della "modificazione dell'esistente",
Questo passaggio è chiaramente individuato nello 'scarto' che si viene a stabilire -tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta- tra due progetti di edilizia residenziale pubblica, entrambi situati all'interno del pe rimetro delle Mura Aureliane;
Il primo, del 1978, è il Piano di zona Iacp per il Testaccio a Roma. Ragione dell'intervento è quella di in dividuare la possibilità di porre in relazione il «dis e gno ur bano preesistente con un nuovo modello di insediamento residen ziale basato su una profonda ristrutturazione urbanistica che nel tempo avrebbe interessato le parti più degradate del quartiere»[23].
Il secondo, del 1983, riguarda il (già nominato) Complesso di edilizia residenziale pubblica per il Testaccio, che si fonda su una diversa strategia attuativa mirata a mantenere il disegno della trama urbana storica e quindi gli isolati residenziali esistenti.
«Nel '78 e nell''83 si mettono dunque a confronto due diverse idee di modificazione o di costruzione nel costru ito», egli osserva, «Nel primo caso si giudica inaccettabile il modello insediativo del quartiere esistente, inteso come forma della residenza, e se ne pro pone la sostituzione attraverso una serie di interventi articolati nel tempo; nel secondo caso si ritiene di restituire qualità alla resi denza, ristrutturata ar chitettonicamente, intervenendo sull'insieme degli elementi che compongono il quadro complessivo del qu artiere: i 'prati del popolo romano', il Mattatoio, il monte Testaccio, il Tevere, il mercato, le nuove piazze»[24].
Su tale linea di interesse -rivolto alla conservazione sia dell'ambiente urbano storico inteso come stratificazione 'materiale' del suo processo, che al progetto come prefigurazione di un suo modo di 'essere'- si inserisce una delle più recenti opere, la Caserma di Polizia a Roma (1991). Si tratta di un intervento di particolare impegno idea tivo. Punti cardine, su cui viene ad organizzarsi il programma progettuale, sono tre: il raddoppio della volumetria di villa Tevere, assunta come parte integrante del nuovo progetto; l'attenzione e il confronto con le importanti testimonianze architettoniche dei 'maestri' della precedente generazione, presenti nella zona attraverso alcune importanti testimonianze architettoniche; la sensibilità e l'equilibrio con cui viene affrontato il tema naturalistico-ambientale del lungofiume.
Un'opera di notevole impatto figurativo, la cui intensa e ricca caratterizzazione formale si nutre di quel sottile intreccio di 'consonanze' che derivano da un'attenta lettura e profondo rapporto empatetico con l'intorno; come è assai ben espresso dal disegno (una prospettiva colorata dell'autore) che rappresenta la costruzione perfettamente inserita nella sequenza degli edifici esistenti, lungo il viale alberato che costeggia il fiume.
Il settore di ricerca rivolto alla grande scala interessa, in questa ultima fase, una serie di progetti concernenti la tematica dell'università: la Seconda Università di Roma «Tor Vergata» (1981); la Facoltà di Medicina e Chirurgia Seconda Università di Roma «Tor Vergata» (1988-90); la Facoltà di Ingegneria di Perugia (1990).
In tale cospicua serie di studi -solo in parte passati alla fase realizzativa- forse l’opera di maggior respiro, in grado di fornire la chiave di lettura di un diverso e più complesso rapporto con il luogo, è rappresentata dal Pro getto programma per la Seconda Università di Roma «Tor Vergata» (1986), che conclude il nostro conciso excursus.
La qualità e l'interesse dell'intervento risiede nella sua volontà di porsi come strumento di analisi e lettura della realtà. Il progetto è chiamato a 'rappresentare' l'atto della modificazione attraverso un'operazione di tipo ermeneutico.
Seguendo tale logica, esso si dispone ad accogliere al suo interno imprevisti e alternativi interventi, che vanno a determinare alcune definite caratteristiche formali e simboliche. In questo modo si delinea, l’attenzione al ridisegno di una peri feria metropolitana senza qualità, ma ricca di segni e testimonianze storiche. Attraverso l'impegno rammemorativo, luoghi privi di qualità, di venuti squallida periferia, ritrovano una loro capacità di riscatto.
L'operazione si materializza, trovando una sua definita consistenza, nella 'riconformazione' della natura: il disegno del verde diviene il tramite di lettura del complesso 'palinsesto', fatto di tracce, profonde e minimali, del lontano e più recente passato; "un'ampia porzione di territorio viene urbaniz zata", afferma Lambertucci, «traducendo un rigoroso schema fun zionale in una configurazione che della Roma tardo repubblicana e imperiale celebra le grandi figure della «Forma Urbis», come i circhi ed i grandi complessi templari, usando l'architettura del verde su grande scala»[25].

EDILIZIA POPOLARE n. 239, maggio/giugno 1995


[1]In: Conversazione con Alfredo Lambertucci, a cura di Giancarlo Rosa, «Parametro» n. 162, dicembre 1987.
[2]Ibidem.
[3]Ibidem.
[4]Ibidem.
[5]Arnaldo Bruschi, Introduzione, in: Giancarlo Rosa (a cura di), Realtà, di segno, forma, Roma, 1983, p.12.
[6]In: Conversazione con Lambertucci, op.cit.
[7]Arnaldo Bruschi, Introduzione, op.cit..
[8]In: Conversazione con Alfredo Lambertucci, op.cit..
[9]Alfredo Lambertucci, La qualità dello spazio abitativo. Una linea di ri cerca nella esperienza italiana, in: Atti del Convegno "I limiti della città. Il borgo e la metropoli", Università di Camerino, 28 luglio-4 agosto 1994 (di pros sima pubblicazione).
[10]In: Conversazione con Alfredo Lambertucci, op.cit..
[11]Dalla scheda illustrativa del progetto, in: Conversazione con Alfredo Lambertucci, op.cit..
[12]Ibidem.
[13]Alison e Peter Smithson, Cluster City, «The Architectural Review», no vembre 1957.
[14]Alfredo Lambertucci, La qualità dello spazio abitativo, op.cit..
[15]Ibidem.
[16]Ibidem.
[17]Ibidem.
[18]Ibidem.
[19]Ibidem.
[20]Ibidem.
[21]Ibidem.
[22]Ibidem.
[23]Ibidem.
[24]Ibidem.
[25]In: Conversazione con Lambertucci, op.cit.