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Sull'insegnamento della progettazione
Rivista
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Autore: Michele Costanzo
La materia che insegno è "Teorie del progetto contemporaneo". Si tratta di un corso teorico non impegnato in forma diretta nel fare progettuale, ma piuttosto nel riflettere criticamente su ciò la sua espressione formale rappresenta in senso concettuale. Questo insegnamento è, altresì, impegnato nell'individuazione dei criteri più opportuni per comunicare alcuni dei contenuti teorici e attinenti al fare prigettuale, ritenuti più significativi, della disciplina architettonica.
Le finalità di "Teorie" sono, dunque, tangenti a certe modalità, messe in atto nei corsi di progettazione, al fine di trasmettere negli studenti la capacità di dare forma all'espressione architettonica, nonché di renderla adeguata al sentire comune della società.
Uno degli aspetti che maggiormente contraddistinguono "Teorie", mi sembra di poter indicare, è quello che riguarda la formazione di uno "sguardo" analitico/conoscitivo nei confronti della realtà che dovrebbe anticipare e sostanziare l'azione creativa, riflessiva, interpretativa del progetto; il cui riflesso (positivo o negativo) è possibile poi rileggere nel processo di modificazione del "paesaggio domestico".
Lo specifico carattere di tale materia teorica è dato dal suo essere posizionato nel punto d'incontro tra le discipline della storia, della progettazione e della critica, pur non essendo in sé coincidente con nessuna di esse, ma piuttosto, come osserva Francesco Dal Co, il prodotto della loro interna trasformazione, frutto «[...] degli spostamenti che queste hanno subito o generato» .
Così, se è possibile estrarre dalle opere architettoniche (realizzate o meno) una rappresentazione in forma complessa della realtà, allora, un corso come "Teorie" non può che costituire un importante "laboratorio" di idee sul progetto e, contemporaneamente, di approfondite indagini su un presente in continua mutazione, sfuggente, "liquido" (per dirla con il sociologo Zygmunt Bauman), incontenibile e inafferrabile.
La difficoltà in cui versa l'architettura del presente è quella di vivere all'interno di un affollato universo d'immagini. Si tratta di una massa incontenibile di comunicazioni/sollecitazioni per lo più provenienti dal mondo della pubblicità, prodotte sull'onda di un sempre-crescente imperativo consumistico imposto dalla ferrea logica dello sviluppo produttivo.
Il dilatarsi di tale tensione emotiva in ogni interstizio della quotidianità è la causa del colossale cortocircuito che ha messo in crisi la canonica relazione tra prodotto estetico, utente, e parametri di giudizio in precedenza applicati al fare artistico/progettuale. L'eccesso dell'offerta ha, infatti, provocato lo svuotamento del significato dell'operazione critica del confronto, determinando un'oggettiva difficoltà nell'istituire gerarchie di giudizio.
Il lento processo d'indebolimento della cultura intellettuale, ha dato spazio ad una nuova realtà sociale impostata sull'offerta/consumo della merce. E questa, è una visione delle cose che, un tempo respinta alla base, è oggi espressione di uno status. Come immediata conseguenza di ciò le due entità del marketing e della cultura, nota Hal Foster, una volta entrate in stretta correlazione tra loro sono andate a ricomporsi in una sorta di sfera unitaria.
Tutto questo ha prodotto una specie di territorio piatto da cui è possibile solo cogliere un panorama senza profilo, regno dell'ibrido e dell'inautentico, nei confronti del quale la cultura di massa, acriticamente, sembra volersi rispecchiare.
L'obiettivo da perseguire a questo punto -visto il dilagante sviluppo del processo metamorfico che ha investito il meccanismo produttivo delle idee in campo architettonico, come in qualsiasi altro ambito espressivo- non sembra più essere quello della ricerca di una strada possibile per tentare di riaffermare antichi valori, ma piuttosto della determinazione, in senso concreto e ideale, dell'esatta dimensione/consistenza del presente, in modo che ogni pratica artistica sia in grado di rapportarsi ad esso e di delineare un programma più consapevole e un più preciso spazio d'azione.
La difficoltà dell'insegnamento progettuale e, più precisamente, del fare architettonico, risiede nell'individuare un meccanismo espressivo al di fuori di qualsiasi condizionamento; a partire da quello legato al mercato che ha, per così dire, "temporalizzato" l'immagine e reso prodotto di consumo l'oggetto architettonico e, dunque, soggetto al processo di obsolescenza comune a qualsiasi merce.
A seguito di ciò, buona parte della cultura architettonica da diversi anni tende a non puntare più sulla determinazione della forma in sé, ma piuttosto, sull'idea di programma, facendo discendere la soluzione progettuale da un complesso processo d'analisi stratificato in differenti fasce specialistiche che pongono la fase progettuale/creativa nel tratto conclusivo del percorso tecnico/pratico.
Edificare, nota Felix Claus «[...] significa accettare tutte le condizioni di budget, pianificazione, programma, impegno realizzativo, e così via. Inoltre, ciò che è molto importante è l'organizzazione manageriale del lavoro» . In questo modo, l'architetto è solo uno dei professionisti del team progettuale: il consulente professionale di un gruppo composito di soggetti tutti altamente specializzati nei loro settori. L'esito progettuale è l'atto conclusivo di un percorso di ricerca, i cui responsabili sono tutti coloro che compongono l'equipe di lavoro. «Per un progettista, allora, è importante essere molto ben preparato a queste condizioni, ed essere disponibile ad accettare apporti esterni» . In questo senso, il progetto diventa allora espressione di una strategia; così, per raggiungere un risultato positivo è necessario che l'architetto rinunci alla sua tradizionale posizione autoritaria.
Quello che sarebbe auspicabile, in conclusione, è che le forme architettoniche riescano a svuotarsi della loro valenza emozionale, rientrando nella sfera della "comunicazione riflessiva", sotto il pungolo di una costante azione critica e analitica, e che dall'attenzione rivolta all'oggetto in sé sia possibile giungere a un interesse, a un impegno rivolto all'intera città contemporanea.

1Francesco Dal Co, Teoria parola cava?, «Casabella» n. 666, aprile 1999.
2 Felix Claus titolare, con Kees Kaan dello studio Claus en Kaan con sede ad Amsterdam e a Rotterdam.
3 Dall'intervista di Moriko Kira a Felix Claus, in: «a+u» n. 382 luglio 2002.
4 Ibidem.

Sapere/Saper Fare (Atti del Convegno sulla Didattica di Architettura, Facoltà di Architettura Valle Giulia 9 luglio 2007) A cura di Donatella Scatena, Edizioni Kappa, Roma 2008.