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Mansilla & Tuñón e Shuhei Endo. Due titoli della nuova collana Testo & Immagine diretta da Luigi Prestinenza Puglisi.
Rivista l'Arca N° 192
di novembre , 2003
Autore: Michele Costanzo
La nuova collana Testo & Immagine, diretta da Luigi Prestinenza Puglisi, si differenzia dall'Universale di Architettura fondata da Bruno Zevi (e pubblicata dallo stesso editore), per il formato (non più tascabile), per una veste editoriale più ricca, per l'apparato illustrativo più esauriente, per i testi che sono più succinti, ma con un taglio incisivo e accattivante e, infine, per il fatto non trascurabile che hanno il testo in italiano e inglese.
Camillo Botticini, autore del primo dei due libri, Mansilla & Tuñón. Architettura della sintesi, si occupa dei lavori di due giovani progettisti spagnoli. Partendo dal sentiero tracciato da Rafael Moneo essi hanno appreso la capacità di operare con strutture formali semplici traendo da esse una gamma significativa di variazioni, senza lasciarsi, tuttavia, intrappolare da stereotipi formali.
Il loro lucido meccanismo ideativo, da un lato tiene conto di alcuni nodi concettuali facilmente riscontrabili nell'opera del loro maestro e, dall'altro si apre al divenire degli eventi e delle specifiche condizioni dettate dal contesto.
Nel loro fare progettuale, è fortemente presente, inoltre, una sottile capacità di intrattenere un produttivo rapporto di idee con personaggi sia della modernità, che della contemporaneità. In questo modo sono, altresì, riconoscibili nelle loro architetture contatti e attraversamenti con opere: di Libera e Moretti, la cui astratta monumentalità essi traducono in forma concettuale e poetica; di Le Corbusier da cui recuperano la fruizione dinamica dello spazio come fondamentale meccanismo di correlazione e di percezione delle diverse parti che concorrono alla sua configurazione, nonché la valenza strutturale e materica del calcestruzzo che conferisce ai volumi il giusto 'carattere' e per diventare attori del "gioco sapiente"; e, infine, di alcuni contemporanei rappresentanti del "minimalismo internazionale", quali Chipperfield o Souto de Moura, la cui essenza della ricerca non tende alla semplificazione della forma, ma a una struttura concettuale dialettica.
Il risultato di tale sinuoso procedere tra passato e presente, è l'approdo ad un genere di composizione basata prevalentemente su corpi compatti, chiusi -in cui è il pieno a prevalere sul vuoto- regolati da un serrato intreccio di situazioni spaziali in accordo-disaccordo: un accostarsi un sommarsi, un sovrapporsi di volumi in un dinamico rapporto fatto di avanzamenti, arretramenti, traslazioni e scavi di asciutti corpi architettonici.
Diego Caramma, autore del secondo libro, Shuhei Endo. Paesaggi aleatori, presenta l'opera di un progettista giapponese della giovane generazione.
Per delineare le radici da cui prende le mosse il cammino di Endo è sufficiente ricordare due frasi che Caramma riporta nel suo scritto. La prima, di Kenzo Tange, risale ai primi anni del dopoguerra, all'epoca del suo progetto per il Centro della Pace a Hiroshima. "Per trasformarsi in qualcosa di creativo", egli afferma, "la tradizione deve essere rinnegata. Anziché l'apoteosi bisogna profanarla". La seconda è del metabolista Kiynori Kikutake, che scrive: "Basta ragionare in termini di forma e funzione. Bisogna pensare a una realtà dinamica, in termini di spazio e di funzione mutevole".
Della lezione dei due maestri Endo assorbe i principi di flessibilità e rinnovabilità, che andranno a costituire l'asse portante di una ricerca volta a fondere alcuni caratteri dell'edilizia nipponica con quella europea.
Particolare attenzione egli rivolge, inoltre, ai materiali costruttivi, che impiega rispettando le loro intrinseche proprietà di resistenza, elasticità, durevolezza. Da tale rapporto egli trae il principio generatore della sua architettura che ha come tema costante quello della 'dimensione temporale': nozione guida di ogni configurazione. Endo "non compone", osserva Caramma, "ma traduce un pensiero in azione, trasformandolo in un processo di autoformazione".
Il suo materiale privilegiato è la lamiera ondulata galvanizzata che impiega in fasce continue per avvolgere e conformare lo spazio in un gioco di concavità-convessità, di esternità ed internità, quasi in un fluire continuo, senza fine.
Da questa complessa articolazione di superfici e di forme Endo organizza sequenze di spazi dinamiche, mutevoli, fluide, ma anche volutamente, osserva Caramma, "incompiute, indeterminate, nell'intento di dissolvere i limiti tra interno ed esterno, tra superfici e volumi [...] ottenendo la massima espressività con grande economia di mezzi".
Punto 'necessario' di convergenza di questa ricerca è la dimensione del landscape; l'architettura di Endo, infatti, per la caratteristica della sua interna struttura, punta a diventare paesaggio: "non nel senso di adattarsi o trasformarsi essa stessa in natura, ma di incidere sulla natura in modo nuovo, per reinventare l'ambiente".