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Antonino Terranova. Mostri metropolitani, Meltemi Editore, Roma 2001
Rivista L'architettura. Cronache e storia N° 557
di marzo , 2002
Autore: Michele Costanzo
Mostri metropolitani di Antonino Terranova, non è un saggio nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto è un esperimento di scrittura sul tema della perdita di forma del paesaggio urbano contemporaneo, dove espressione e contenuto tendono a fondersi in un corpo unico: più precisamente, il 'corpo' testuale punta a conformarsi secondo la materia di cui tratta.
Lo stile 'arbasiniano' che Terranova persegue nel suo scritto denso di riferimenti variamente orientati verso i settori della cultura maggiormente attenti alle trasformazioni della nostra sensibilità, alle sottili modificazioni del nostro problematico rapporto con la realtà (dalla letteratura al cinema, dalla sociologia alla filosofia), rende la lettura particolarmente accattivante e ricca di stimoli. La scansione in 100 brevi paragrafi conferisce chiarezza all'impianto ideativo del testo, nonché ritmo e incisività al susseguirsi delle argomentazioni.
Il libro si struttura attorno a cinque capitoli che vanno dall'esame delle mutazioni delle 'figure' architettoniche, sulla base dell'inarrestabile spinta del progresso tecnologico unita alla radicale trasformazione culturale prodotta dal sistema mediatico, alla loro estensione, e alle conseguenti implicazioni antropologico-formali, in un contesto territoriale globalizzato.
Il primo tema con cui l'autore si confronta è quello del 'corpo', che nello sviluppo delle sue trasformazioni diviene mostro, mostruosità, anomalia, diversità.
La logica di tale trapasso trova una interessante corrispondenza in un brano di Jean-Luc Nancy, per il quale il tema del corpo risulta essere il nucleo centrale della sua ricerca epistemologica: «Corpo proprio, corpo estraneo, straniero: è il corpo proprio che mostra, che fa toccare, che fa mangiare hoc est enim. Il corpo proprio o la Proprietà stessa, l'Essere-a-Sé in corpo. Ma immediatamente, sempre, è un corpo straniero che si mostra, mostro impossibile da inghiottire» .
Il filo conduttore che lega le diverse tappe in cui si sviluppa il pensiero dell'autore è, dunque, la ricerca del senso della 'mostruosità', come opposizione alle regole costituite, e dei suoi relativi riflessi nel modo di fruire, o di riconsiderare, rileggendolo con occhio nuovo, lo spazio in cui viviamo: non a caso, per Francis Bacon la possibilità di scoprire la verità che l'immagine nasconde in sé, risiede proprio nell'operazione della sua 'deformazione', «on peut faire une tache, tourner le pinceau d'une façon ou d'une autre, et cela va produire des effets chaque fois différents, cela va changer toute l'implication de l'image» .
Terranova, allora, assume «come fattore basico e generico dei Mostri Metropolitani questa attitudine vivace a rompere l'ordinario con inserti di straordinario». Questa prima definizione dell'oggetto, che dà il titolo al libro, si lega assai opportunamente con una notazione di Jean Baudrillard che, per certi versi, rafforza la considerazione dell'autore: «Je me suis intéressé à l'espace (...) e à tout ce qui dans les objets dits "construits" me rend la vertige de l'espace. Ce sont plutôt des édifices tels que Beaubourg, le World Trade Center, Biosphère 2 qui me passionnent, c'est-à-dire des objets singuliers, mais qui ne sont pas exactement pour moi des merveilles architecturales» .
Ma i Mostri, prosegue Terranova, determinano una «rottura nel corso delle cose correnti, attraverso la cui ferita o piega o piaga o putrescenza o smaterializzazione, regolarmente con eccesso rispetto alle regole, introducono nel corso interrotto degli avvenimenti inconsueti l'inconsueta inquietudine che a sua volta conduce a un altrove o a un'alterità, a un disorientamento e ad un'esaltazione (...) che aprono direzioni esplorabili dell'irrazionale e del misterioso, dello spirituale e del religioso, ma anzitutto mondi eterogenei, possibili "altrove spazio-temporali"» .
Il breve brano citato è il punto cardine del saggio, ma come un telaio che sorregge l'intreccio della trama con l'ordito, nel suo svolgimento esso è poi continuamente attraversato da un insieme di ulteriori considerazioni, che rendono sempre più denso e articolato il suo sviluppo.
Tra questi fili ideali ne ricordiamo uno particolarmente significativo in cui l'autore mette in evidenza la carica propositiva, oltre che critica nei confronti del reale, che il libro contiene in sé. Nella città diffusa, afferma Terranova gli oggetti-mostro manifestano la loro radicale indifferenza alla possibilità di prendere posizione nello spazio secondo un ordine convenzionalmente legittimato; nel panorama disgregato della metropoli emergono solo: «case ibridate a fabbriche ibridate a botteghe alternate a shopping center, intervallate da parking come lande desolate senza alcun contrassegno (...) giustapposte assemblate mai composte, ciascuna secondo antimorfologie anarchicamente individualistiche». Perché non riconoscere, si domanda l'autore, in questa città a "bolle e crepe" che è «il frutto della dismissione tragica della città moderna industriale», la possibilità di costituire «anche il germoglio o il lievito per la fioritura necessariamente differente» di una diversa identità spaziale?