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L'Antiquarium di Mineo
Rivista Centro di ricerche informatiche per i Beni Culturali, Scuola Normale Superiore Pisa N° 1
di , 2000
Autore: Michele Costanzo
Articoli Il vasto territorio che Mineo domina dall'alto del rilievo collinare su cui è arroccato, è ricchissimo di testimonianze archeologiche. Come da un palco naturale il compatto aggregato del paese si affaccia sull'ampio e suggestivo scenario della valle dei Margi, delimitato sullo sfondo da un assieme di figure tra le quali spiccano: l'Etna, l'intreccio della catena iblea con quelle dei Nebrodi e degli Erei, i profili di Grammichele e di Palagonia.
L'importante documentazione che fino ad ora è stata portata alla luce, oltre ai significativi reperti della civiltà sicula nella fase della sua ellenizzazione, riguarda importanti rinvenimenti che risalgono agli albori della storia, ossia a partire dal sec. X a. C.. «Dalle numerose tombe, scavate negli anni '60, provengono ricchi corredi metallici con fibule, coltelli» ed altri importanti reperti che fanno «intravedere una ricca civiltà ancora in gran parte da indagare» .
I ritrovamenti degli scavi effettuati fino al 1987 dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa sono conservati presso il museo archeologico Paolo Orsi di questa città. «Dal 1987 la Soprintendenza dei BB. CC. AA. di Catania, divenuta competente per il territorio, ha effettuato alcune campagne di scavo i cui risultati sono quasi del tutto inediti e i cui materiali si trovano depositati presso il magazzino di viale delle Rimembranze a Mineo» .
Tale magazzino-laboratorio è ospitato negli spazi dove, un tempo, si trovavano le stalle dell'ex Collegio dei Gesuiti, i cui piani superiori sono ora occupati dagli Uffici comunali.
L'imponente insieme edilizio, dalle forme contenute e severe, si sviluppa su un impianto a corte. La sua origine risale alla fine del XVI sec., ma si debbono registrare alcune pregevoli aggiunte del secolo successivo .
Per il carattere orogenetico del suolo da cui il vasto organismo prende forma, viale delle Rimembranze, che corre lungo la sua fronte sud, si trova ad un livello inferiore di circa sette metri, rispetto a piazza Buglio, verso cui prospetta quella nord, corrispondente all'ingresso del Municipio; essa costituisce il fondamentale nodo dell'intricato tessuto del paese, uno sbocco conclusivo nella cui direzione converge ogni percorso urbano.
La decisione, nel 1996, di realizzare l'Antiquarium -per dare modo alla Soprintendenza di comunicare al pubblico interessato, nella forma più corretta e accattivante possibile, i risultati dell'importante lavoro svolto- ha comportato la rinuncia di una parte degli spazi occupati dal magazzino-laboratorio ed una loro, conseguente, radicale ristrutturazione.

La superficie destinata al museo è composta da tre ambienti contigui, le cui caratteristiche spaziali sono determinate dalla configurazione e dalla collocazione delle strutture di sostegno della costruzione che si sviluppa superiormente.
Il disegno di base, del primo dei tre, è un rettangolo fortemente allungato, scandito da una sequenza di muri di sostegno in pietra, dal ritmo diseguale, collegati tramite un sistema di volte a crociera ribassata. Per recuperare, anche se in maniera parziale, l'unità della figura di riferimento, nelle diverse pareti sono state praticate delle aperture ad arco dal disegno dissimile l'una rispetto all'altra. A questo, viene ad aggiungersi un secondo ambiente strutturalmente congiunto, di forma semicircolare, derivante dalla conformazione della sottostruttura absidale della chiesa, dedicata a S. Tommaso, anch'esso facente parte del complesso gesuitico. Infine, un terzo ambiente, coincidente con lo spazio interstiziale che sta tra il muro trasversale di raccordo delle sostruzioni e quello di sostegno del retrostante terrapieno.
Prima dell'intervento, lo spazio destinato a museo si presentava privo di pavimentazione e con le superfici verticali in parte intonacate, un locale con servizi igienici (da riorganizzare), le finestre in legno (alloggiate all'interno di profonde nicchie murarie, con il meccanismo di apertura/chiusura sistemato ad altezza non agevolmente raggiungibile), il portone d'ingresso, anch'esso in legno (non rispondente alle occorrenze del nuovo organismo).
Una prima scelta progettuale, da cui quasi per naturale deduzione si sono poi succedute le altre, è stata quella di rimarcare, in maniera evidente, la distinzione tra esistente e nuovo, puntando, dove possibile, all'enfatizzazione dei contrasti. E questo, mettendo in essere un processo riduzionistico, quasi miesiano, rispetto alle varietà di materiali che si sarebbero potuti introdurre nel progetto per rispondere alla molteplicità delle situazioni, per assolvere alle differenti necessità di una struttura museale. Così, sulla base di tale criterio autorestrittivo, sono stati scelti: il ferro, per la realizzazione di tutti gli elementi funzionali (con l'aggiunta del vetro per gli espositori e la bussola) e la pietra scura dell'Etna (con l'inserto, in alcuni punti, di quella chiara, locale) per la realizzazione della pavimentazione.
Un ulteriore passo, nella determinazione degli aspetti concettuali e figurativi del progetto, è stato quello di annullare ogni forma di contatto tra l'invaso storico preesistente (che si caratterizza per le superfici scabre delle sue murature in pietra e delle volte in mattoni lasciati a vista) e i nuovi inserti che, come delle protesi organiche, hanno il compito (anche se non è l'unico) di rendere lo spazio interno idoneo a rispondere alle esigenze di una moderna struttura museale, anche se contenuta nelle sue dimensioni.
La catena di atti, necessari per dare forma progettuale a tali intenzionalità, prende le mosse dalla messa in opera della pavimentazione, considerata come unico luogo possibile di confronto del progetto: un piano teorico-reale in cui ogni elemento facente parte del processo ideativo trova un ideale punto di generale correlazione. Il suo profilo, pur seguendo il tormentato andamento del perimetro interno delle strutture, si discosta da esso di qualche centimetro, in alcuni tratti regolarizzandone le difformità del disegno. Uno spesso zoccolo, dello stesso materiale, di sezione quadrata, segue tali margini per rinforzare visivamente il senso della 'distacco' (e, anche, dell'autonomia) della nuova superficie.
Al di sotto dell'impiantito, in corrispondenza delle tre fasce di pietra chiara, corrono le canalizzazioni dell'impianto elettrico e fognario, con dei punti di uscita (dei pozzetti a chiusura mobile) in corrispondenza delle vetrine e del bancone d'ingresso.
Sul piano della pavimentazione sono, invece, posti tutti gli elementi del progetto, come pedine su una scacchiera, oggetti isolati, chiusi in sé stessi o, nella loro apparente determinazione funzionale ma, come in un hessiano "gioco dei giochi", sottilmente legati tra loro da una 'ragione superiore' che non può che corrispondere alla 'regola' del gioco.
Il primo di questi è la bussola d'ingresso; si tratta di un prisma in ferro e vetro dall'asciutta geometria, che incorpora nel suo disegno il portone esistente (ma senza perseguire alcun intento integrativo). All'interno della limitata porzione del suo pavimento -distinto dal resto per l'impiego della pietra locale- è inserito un breve scivolo per disabili (essendo stato ridotto il dislivello della soglia rispetto al marciapiede); il controsoffitto ha le luci incassate. Direttamente ancorati alla scatola metallica della bussola, sono: una finestra semicircolare, che si trova sopra il portone, e una pensilina di forma arcuata che, nel suo discreto protendersi verso l'esterno (anche in questo caso senza stabilire contatti con le strutture esistenti) protegge, segnala, l'accesso del museo ma, soprattutto, anticipa e indirizza le attese di quella 'narrazione' che il visitatore affronterà entrando nell'interno.
Superato l'ingresso, si incontra il bancone del custode (provvisto di monitors per il controllo delle varie sale) e, subito dopo, la struttura del 'soppalco' che occupa quasi interamente l'ambito spaziale già descritto (a ridosso del muro di sostegno del terrapieno), dividendolo in due livelli.
Quello superiore, raggiungibile tramite una scala , è destinato ad essere utilizzato come un ambiente di studio, per cui sarà provvisto dei necessari sedili e ripiani per la consultazione di libri, riviste, cataloghi e, soprattutto, computers per completare il quadro informativo generale. Essendo la struttura museale, principalmente rivolta alle scuole, la parete di divisione con il magazzino-laboratorio sarà parzialmente vetrata, per arricchire con tale affaccio il carattere di uno luogo particolarmente predisposto a suscitare importanti stimoli allo studio. Quello inferiore, nella sua parte più nascosta, sulla sinistra rispetto all'ingresso, come già in precedenza, è destinato ai servizi igienici, questa volta contenuti in un involucro murario interno alla struttura metallica (disgiunto dalle pareti della preesistenza) e con l'aggiunta di un gabinetto per handicappati; sulla destra, si trova uno spazio da utilizzare, sotto varia forma, per l'organizzazione dei supporti informativi delle esposizioni.
Partendo ancora dall'ingresso, sulla destra si incontra una sala direttamente collegata al magazzino-laboratorio, da utilizzare per piccole mostre temporanee; mentre, sulla sinistra, si trovano due ambienti riservati alle esposizioni permanenti. Nel primo, la frammentazione del disegno planimetrico in tanti spazi estremamente ridotti, consente la possibilità di far corrispondere, per ciascuno di essi, gruppi distinti di reperti selezionati in base ai siti dove si stanno conducendo (o, sono state condotte) delle campagne di scavo.
I materiali di peso e di dimensione rilevante, quali macine di pietra lavica o, anfore da trasporto, saranno esposte su apposite pedane. Nel secondo ambiente, corrispondente alla saletta semicircolare, verranno ricostruite due tombe con copertura in lastroni (del tipo detto "alla cappuccina") e, lungo le pareti (all'altezza dello sguardo) verrà alloggiato un corredo di lapidi con iscrizioni, sostenute da appositi supporti.
La maggioranza dei materiali, bisogna osservare, sono per lo più frammentari e di dimensioni piuttosto ridotte: figurine fittili, ceramiche figurate, orli decorati a stampigliatura di louteria, vasi, oggetti in metallo, pesi da telaio, lucerne, e così via. E' stato studiato, in questo modo, un unico tipo di vetrina a torre, a base quadrata, in metallo e vetro con ripiani mobili, per potersi adattare nel modo migliore alle diverse caratteristiche dei reperti.
L'illuminazione, diretta sui diversi ripiani è realizzata con fibre ottiche, alloggiate all'interno della struttura.
Nella parte inferiore del 'monolite' sono sistemati due tipi di deumidificatori l'uno per l'ambiente (con smaltimento dell'acqua prodotta tramite il tubo di scarico che corre sotto il pavimento), l'altro a filtri mobili per l'interno della vetrina; nella parte superiore sono alloggiate le lampade per l'illuminazione indiretta della sala e la predisposizione per l'installazione di piccole telecamere (collegate ai monitors dell'ingresso).
Infine, sono stati sostituiti i vecchi infissi con un tipo in metallo ad unica specchiatura e con l'apertura a distanza, azionata elettricamente; al telaio fisso è stata agganciata una struttura predisposta per alloggiare al suo interno dei pannelli, coincidenti con il piano della parete, per filtrare, regolare l'intensità della luce naturale.
Quest'ultimo elemento, funzionale e formale a un tempo, conclude una susseguirsi di azioni progettuali sviluppate lungo il filo di una strategia dislocativa, oscillante tra due termini contrastanti, che sono: il serrato ordine autoreferenziale degli oggetti e la vaghezza di uno spazio senza esplicita norma, dell'ambiente storico che li accoglie. Questa impossibilità di reciproca adesione tra le due realtà trova un interessante punto di convergenza che si può istituire tra la concezione del parco di Marc-Antoine Laugier (ossia, nella sua visione del rapporto tra natura e architettura) e quella tensione decostruttiva delle convenzioni architettoniche che percorre i nostri anni; cosi, si può leggere, in un passo delle sue Observations sur l'Architecture (1765): «(...) chiunque sa come progettare bene un giardino non avrà difficoltà a tracciare la pianta di un edificio urbano in armonia con l'area data e le sue esigenze. E' necessario che ci siano regolarità e fantasia, rapporti e contrasti tra le parti, ed elementi casuali e inaspettati per rendere vivace la scena; grande ordine nei dettagli, confusione, baraonda e tumulto nell'insieme».
Quello che colpisce nel parco inglese, e per certi versi affascina, è la sottile dialettica tra il suo paesaggio organizzato e gli elementi architettonici, variamente disposti al suo interno, quali: la piramide egizia, il belvedere italiano, il tempio sassone, etc.. Tali 'rovine', al di là dal costituire l'essenza della composizione pittoresca, rappresentano dei frammenti di un ordine apparentemente scomparso. Nonostante l'evidente caos, tuttavia, l'ordine è ancora presente, anche se in forma più sottile e segreta; esso risiede nella sensualità dei luoghi, nei caratteri stessi del suo disegno. Per cui si potrebbe osservare che, senza i segni dell'ordine il parco avrebbe perduto ogni ricordo di razionalità e, senza le tracce della sensualità degli alberi, dei corsi d'acqua serpeggianti, delle siepi, esso sarebbe rimasto solo simbolo di una gelida, silenziosa, apparenza.
Nel presente progetto, l'ordine che è racchiuso in ogni oggetto, è trasmesso, nell'asistematico spazio delle sale, attraverso un gioco di riflessioni tra un'immagine e l'altra, e nella sovrapposizione della struttura della figura di un elemento su quella dell'altro; come in alcune situazioni riportate nei presenti disegni: la bussola contro il soppalco o, la struttura degli espositori contro quella per schermare la luce delle finestre.

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