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Leonardo Ricci e il Villaggio Monte degli Ulivi a Riesi
Rivista Metamorfosi N° 64
di gennaio/febbraio, 2007
Autore: Michele Costanzo
Articoli L'esperienza di Leonardo Ricci, con il suo progetto per il Villaggio Monte degli Ulivi a Riesi in Sicilia (1962-1968) oltre ad essere una delle più intriganti tappe del suo percorso progettuale, rappresenta altresì un'occasione d'approfondimento e di concreta sperimentazione della sua ricerca d'integrazione ambientale tra residenza e lavoro; ed anche se l'opera non è stata interamente eseguita, essa sarà considerata dall'autore un importante momento d'arricchimento sentimentale e conoscitivo a livello umano.
Si tratta di un progetto che egli sviluppa in maniera innovativa, sia dal punto di vista formale e tecnico, che da quello dell'organizzazione spaziale a scala urbana, riuscendo a superare difficoltà notevolissime, quali: l'estrema lontananza dell'area (abitando egli a Firenze), la sua quasi emarginazione dal "mondo civilizzato", la povertà della popolazione e dei mezzi a disposizione, la fatica nel mantenere i necessari e continuativi collegamenti con il cantiere, la diffidenza, e ostilità iniziale da parte dei poteri locali, l'invadente presenza della committenza nella conduzione del lavoro (preoccupata dei costi ed anche della congruenza di certi spazi con le attività previste), e numerose altre questioni incontrate nel corso delle diverse costruzioni. Tuttavia, tale intricato insieme di problemi, che per molti sarebbe potuto apparire come un muro insormontabile, per il giovane architetto romano/fiorentino dal carattere volitivo e tormentato, generoso e inappagato di sé, sempre pronto a mettersi in discussione, non rappresenterà un ostacolo al suo programma, ma piuttosto un incentivo che solamente chi è preso da una grande sfida progettuale è in grado di cogliere, peraltro venata di una forte componente etica e d'impegno sociale.
In questo progetto siciliano, dunque, Ricci intravede l'occasione per mettere in pratica, in maniera più compiuta rispetto ad esperienze precedenti, la sua idea di "riconformazione dello spazio del vivere" che dall'abitazione avrebbe dovuto estendersi al quartiere, alla città seguendo una visione nuova del costruire, non più condizionato da valori precostituiti, ma da un'analisi dei bisogni veri della vita, non più dipendente dalle valutazioni quantitative dell'urbanistica dei burocrati. Come afferma in un'intervista: «[...] affinché l'uomo sia più libero possibile in uno spazio, e non venga alienato in spazi diversi, e le sue attività possano essere continue anziché separate, lo spazio dovrebbe permettergli il massimo della continuità degli atti in modo tale che nessuno di essi risulti separato. Ciò significa che non dovremmo vivere nel modo in cui viviamo, noi che ci alziamo la mattina e andiamo a dormire la sera fruendo di spazi completamente diversi tra loro, che ci obbligano a fare certi movimenti come se fossimo degli uomini diversi. In questo modo, sembriamo obbligati a non avere una vita continua nella giornata, e nelle diverse giornate, ma ad avere una vita discontinua, tant'è vero che siamo costretti a cambiarci d'abito, proprio perché viviamo in quegli spazi-prigione, sia a livello di habitat, che di città. Risultiamo essere chiusi, relegati, prigionieri in scatole, sia in campo architettonico, che nello zoning a livello urbanistico. Quello che si può dire, a livello teorico, è che uno spazio vero è quello che permette la continuità massima dei singoli atti, e dell'attività umana in senso generale. E' chiaro che per poter realizzare uno spazio di questo tipo, esso non deve mai essere separato, alienato dal resto» .
Questa visione così radicale, corrisponde ad un bisogno di stabilire un "punto a capo", rispetto ai criteri configurativi del passato, avvertito da molti progettisti e intellettuali a partire dal primo dopoguerra. Per Ricci è una tensione che trova buona linfa nell'ambiente toscano dove spicca la figura di Giovanni Michelucci, unita a quelle di altri amici tra cui Giuseppe Giorgio Gori, Leonardo Savioli, Edoardo Detti, Ernesto Nelli, con alcuni dei quali, tra il 1944 e il 1948, collabora ai concorsi per alcuni ponti fiorentini, e alla realizzazione del Mercato dei Fiori di Pescia (1948-1951).
Un secondo punto d'appoggio a questa sua insofferenza latente per "la fissazione di cifre o frasari" che sembrano formare già il clima italiano del dopoguerra, e in particolare per le modalità in uso in campo edilizio e urbano, lo troverà nella figura del pastore valdese Tullio Vinay, suo amico e confidente che, già tra il 1946 e il 1949, lo aveva coinvolto nella realizzazione di uno spazio comunitario per del Centro Evangelico di Agàpe a Prali, in Piemonte. Un piccolo insediamento sulle Alpi Cozie, un nucleo di riferimento per la ricostruzione di una società drammaticamente colpita dalla guerra, che Ricci affronta ispirandosi, in qualche modo, alla contemporanea esperienza michelucciana della chiesa a Collina di Pontelungo (1946-1953), per l'uso della pietra del posto, per la sua ricerca della "non forma", come afferma Manfredo Tafuri, che rappresenta «[...] l'accettazione transeunte e provvisoria, quasi suo malgrado, di forme dettate dal genius loci» .
Il progetto di Agàpe si compone di un edificio principale, utilizzato come aula per riunioni e attività della comunità, ed altri quattro corpi, destinati a dormitori. I cinque blocchi severi e scabri per la semplicità della forma e l'impiego di materiale in pietra a vista, si adagiano lungo il costone della montagna, seguendo le curve di livello e disponendosi a ventaglio in maniera libera. A tale dislocazione naturale, assunta dai volumi architettonici, è interessante notare, non fa riscontro il disegno uniforme delle fronti, tutto basato sull'uso iterato di un finestrone verticale a tutta altezza come motivo formale che sembra voler contraddire il principio del disegno insediativo; tale schema, volutamente rigido e ripetitivo, è rotto dal doppio livello dei due dei loggiati disposti alle estremità del corpo principale, in posizione avanzata per meglio godere della vista della vallata.

Tra il 1951 e il 1968, si deve registrare un'importante occasione che capita a Ricci quasi per caso, la possibilità di sperimentare un "insediamento ambientale" di una certa dimensione a Momterinaldi, vicino Firenze. Si tratta di ventuno abitazioni da lui progettate in un terreno panoramico (ex cava di pietra) rivolto verso Fiesole, con l'intento di realizzare uno spazio di vita comunitario. Riguardo a questa esperienza, in Anonimo del XX secolo egli afferma: «[...] volevo distruggere lo stile, volevo che le case non fossero monumentini isolati e poggiati sulla terra uno accanto all'altro, volevo che le case formassero un unico organismo [...] volevo che l'architettura diventasse paesaggio e il paesaggio l'architettura [...] volevo che sembrasse che fosse la terra ad aver portato quelle case, non che l'architetto le avesse imposte con un atto d'imperio» .

Nel 1962, Ricci è ancora coinvolto da Vinay in una nuova avventura, questa volta a Riesi, un piccolo villaggio in provincia di Caltanissetta, in un territorio, allora assolutamente desolato e poverissimo, per costruire un nuovo Centro per la Comunità Evangelica a cui, peraltro, egli stesso appartiene.
Qui, l'entità, la consistenza dell'intervento, le caratteristiche ambientali del progetto, sono del tutto dissimili dalle due esperienze precedenti sinteticamente descritte. In particolare, la differenza con Agape», scrive Ricci, «[...] è quella fra una comunità consapevole di se stessa che autonomamente vuole fondarsi come tale, e una che viene trasferita trapiantata in un ambiente non solo estraneo, ma opposto ai principi della comunità. Ma proprio per questo Riesi mi dava nuovo interesse [...]. Così quando Vinay mi chiese di progettare il monte degli Ulivi, non ebbi perplessità» .
Ricci, inizia ad elaborare il progetto nel settembre dello stesso anno, senza ancora essersi recato sui luoghi, ma sulla base delle descrizioni dell'amico Vinay, proponendosi di andare in seguito a visitare i luoghi. Del resto, quello che gli è richiesto, in una prima fase, è l'ideazione di uno spazio di vita per una comunità, composto da: una casa comunitaria, un asilo, una scuola elementare, una scuola officina, una biblioteca e direzione, e delle residenze.
Ma l'obiettivo che egli intende perseguire non è solo l'ideazione di un'immagine architettonica di un ambiente urbano, ma soprattutto quello di entrare in rapporto con la comunità che deve vivere in esso. E tale intento è bene espresso in un suo articolo, in cui nei riguardi della questione delle aree depresse, sulla base delle esperienze internazionali, egli vede tre diverse modalità d'approccio: quella che gode dell'appoggio di «[...] grossi finanziamenti statali, caratteristico della Cassa per il Mezzogiorno; quello dal basso, generico che ha il suo miglior esempio nell'opera di Danilo Dolci; ed infine quello basso delle colonie agricole in Palestina» Dei tre indirizzi egli privilegia, spiegandone le ragioni, l'esperimento del kibbutz sionistico, che considera «[...] l'unico veramente riuscito; il deserto, il deserto di sabbia è stato trasformato in qualcosa di produttivo. La ragione? La gente che crea un kibbutz lo sente proprio, fisicamente e spiritualmente. In Sicilia vogliamo creare qualcosa di analogo, ma non per la difesa, al contrario, un villaggio aperto a tutti» .
Pressato dall'urgenza che Vinay gli manifesta, l'architetto consegna nel corso del restante dell'anno i disegni dell'impianto generale e poi, a scaglioni successivi, gli esecutivi dell'asilo, e quello del nucleo delle abitazioni. Poi con l'arrivo di Ricci in cantiere vengono tracciate le fondazioni e fissati i picchetti per buona parte delle opere. L'architetto è coadiuvato da suoi collaboratori di studio e, seppure a tratti, segue lo sviluppo dei diversi cantieri, sostando a volte sul posto per diverso tempo, lavorando anche con gli stessi operai, dando loro indicazioni di come risolvere tecnicamente i problemi che si presentano nel corso della costruzione. Egli si rende conto dell'inadeguatezza delle maestranze pur apprezzandone la sensibilità.
Nel periodo che va dal 1962 al 1968, in cui il cantiere rimane attivo, viene realizzato l'asilo, la scuola di formazione per meccanici, la scuola elementare, la casa comunitaria e la biblioteca, ma il programma costruttivo, come si è detto, non sarà eseguito interamente: rimarranno in sospeso l'ecclesia e il villaggio che avrebbe dovuto essere costruito dagli abitanti locali.
Nel 1968, intanto, ha modo di redigere il piano regolatore di Pachino, e realizzare nello stesso centro una piccola chiesa valdese.

Richiesto da Vittorio Gregotti di pubblicare un suo lavoro per il numero di «Edilizia Moderna» dedicato alla Architettura italiana 1963, Ricci sceglie il progetto di Riesi, peraltro, ancora solo in parte eseguito. La motivazione di tale decisione è in sé complessa: «Da una parte amo questo progetto perchè è fatto per della povera gente, perchè m'impegna umanamente e socialmente, perchè sento che veramente è utile a "qualcuno", perchè mi sento a mio agio come [...] architetto, in una realtà vera. Dall'altra questo progetto mi permette di illustrare quale, secondo me, è la posizione dell'architetto odierno in questo trapasso di civiltà e soprattutto in questa trasformazione di società che apre una nuova possibilità per l'architettura a scala urbanistica, nuove tipologie architettoniche, nuove invenzioni spaziali e formali. Questo, se la programmazione prenderà una piega giusta, non idealistica, non dominata da regole, non dall'alto, ma al contrario relazionale, sperimentale, dal basso [...] è stata la prima volta nella mia vita che ho inteso che questo villaggio nasce completamente da una realtà totalmente vera, da una necessità fatta di uomini e di cose, da una ricerca fondamentale di tentare non solo un miglioramento meccanico dell'esistenza, ma una nuova ragione del vivere associato. La piattaforma sulla quale costruisco non è quindi soltanto personale e soggettiva [...]. Nessuna regola astratta mi costringe, solo la responsabilità personale e collettiva di fare qualcosa che corrisponda veramente alla necessità di tutti. Se, anziché tentare un organismo vitale, nato dall'esperienza quotidiana di tutti coloro che partecipano all'opera, fossi stato obbligato da un piano regolatore a fare un "centro direzionale" composto di elementi già definiti, con relativi indici di fabbricabilità, superfici coperte e scoperte obbligate, altezze e distanze fissate a priori, l'esperimento sarebbe fallito in partenza perchè sradicato dalla verità della vita. Questo quindi a me pare la prima necessaria condizione dell'architetto. Non essere più dittatore soggettivo della vita degli altri, credendo possibile interpretare da demiurgo la storia. Non essere schiavo della burocrazia e dei vincoli a priori di una programmazione dall'alto non verificata. Essere al "servizio" della società che fornisce lei stessa le componenti necessarie ed obiettive dell'opera ed avere le capacità tecniche e fantastiche creatrici per formare un oggetto reale che contenga le componenti stesse» .

Il villaggio inaugurato nel 1966, compie quarant'anni. Un'età lontana per l'architettura che insegue se stessa attraverso una produzione forsennata, ma vicina per le problematiche irrisolte che continuamente riaffiorano ritrovando in questo loro andamento ciclico una sempre nuova attualità, vitalità, capacità di coinvolgimento.

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