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Il tema dell'attenzione nell'architettura di Claus en Kaan
Rivista L'industria delle costruzioni N° 395
di maggio-giugno, 2007
Autore: Michele Costanzo
Articoli Felix Claus e Kees Kaan (che nel 1988 fonderanno lo studio Claus en Kaan Architecten) fanno parte di quella generazione di giovani progettisti olandesi che a partire dalla fine degli anni Ottanta ha saputo dare un'originale veste alle importanti trasformazioni avvenute nel paese a livello sociale, politico, economico e culturale, attraverso l'impiego di un linguaggio architettonico innovativo che raccoglierà un diffuso consenso di pubblico e un attento interesse da parte della critica a livello internazionale.
Basilare motore d'avvio di tale importante svolta, non bisogna tralasciare di ricordare, sarà la figura di Rem Koolhaas, che eserciterà una determinante influenza in campo progettuale attraverso l'acutezza dei suoi contributi teorici e la ricchezza propositiva delle sue opere architettoniche.
Il filo che lega la ricerca di personalità profondamente diverse tra loro, quali Wiel Arets, Ben van Berkel (UN Studio), MVRDV, Erick van Egeraat, NOX, Willem Jan Neutelings, West 8, Mecanoo, Claus en Kaan ed altri, non risiede tanto nella costruzione di un impianto teorico comune, quanto piuttosto in un atteggiamento antidogmatico nei confronti del modernismo, ossia in un distacco critico rispetto ai tradizionali punti di riferimento culturali che in precedenza aveva orientato le scelte progettuali del paese in campo edilizio. A cui si deve aggiungere uno spirito ludico, vitalistico, che in molti casi investe il progetto, misto ad un approccio nei confronti della realtà del fare di tipo pragmatico e sperimentale.
La posizione di Claus en Kaan riguardo a questa svolta linguistica si differenzia e si caratterizza soprattutto per l'impegno a non lasciarsi coinvolgere in scelte troppo radicali, in soluzioni progettuali che mirano all'eccesso della forma, alla sua artificiosa manipolazione che spesso tralascia di considerare l'oggetto architettonico rispetto alle complesse problematiche della realtà urbana, diventando un soggetto consumistico preda della logica del mercato.
Nel percorso di ricerca essi riservano una particolare cura nel definire una forma d'espressione progettuale chiaramente legata alla semplicità delle cose quotidiane: attraverso scelte ideative ricche di meditata fantasia e pervase dal fascinoso senso della discrezione.
Per trasmettere in modo immediato e diretto la loro idea di architettura che, in definitiva, corrisponde al loro modo di porsi nei confronti degli utenti e della stessa società, è interessante ricordare un parallelo che essi a volte amano proporre, in occasioni di interviste o di lezioni universitarie, con la cultura gastronomica, più in particolare con la "costruzione" dei piatti d'alta cucina, nella cui realizzazione lo chef non cerca altri ingredienti se non quelli provenienti dalla cultura del luogo, perchè il suo intento non è quello di sorprendere l'assaggiatore, ma piuttosto di risvegliare le sue capacità intellettuali/sensoriali.
Ciò che conta, infatti, per la buona riuscita del piatto è il grado di attenzione che il cuoco riserva alla sua preparazione. "Non vado in Australia per cercare nuovi ingredienti", afferma Paul Bocuse, (lasciando intendere con questa frase la sua posizione critica nei confronti della Nouvelle Cuisine) "realizzo, piuttosto, il meglio con i migliori fornitori e i migliori prodotti locali. E' necessario, poi, esercitare molta attenzione".
L'architettura, dunque, secondo Claus en Kaan deve proporsi come un prodotto semplice. L'originalità non deve essere l'unico obiettivo da perseguire. Per questa ragione le loro opere appaiono, nell'impianto formale, asciutte ed essenziali, in quanto il lavoro di definizione dell'oggetto è portato avanti attraverso un continuo processo di distillazione dell'immagine, di eliminazione di tutto ciò che è ritenuto essere il superfluo per lasciare emergere, con la massima chiarezza possibile, l'idea centrale del progetto.
In questo processo riduzionistico ciò che gli architetti intendono conseguire non è tanto un risultato in sé estetico (come altrimenti sarebbe con il Minimalismo), ma l'affermazione della nuova costruzione come presenza.
L'intento di Claus en Kaan è quello di far sì che l'edificio possa raggiungere il massimo effetto nell'ambiente a cui si riferisce: obbiettivo che essi intendono conseguire, come si è detto, evitando effetti scioccanti, ma puntando sulla ricerca di un sottile equilibrio formale tra edificio e ambiente. "Vogliamo realizzare edifici potenti, dotati di una loro precisa forza interiore", essi affermano, "perchè la loro presenza sia in grado di modificare l'ambiente. Attraverso il processo progettuale noi tralasciamo le cose che non sono importanti rispetto al vero carattere del progetto. Così non si tratta di un processo estetico, ma di una questione di essenza".
Per conferire consistenza ed efficacia all'azione progettuale essi cercano di stabilire, dunque, una stretta correlazione tra immediatezza comunicativa e controllo espressivo.
In questo modo si viene a determinare una sorta d'iconografia progettuale dal carattere severo e composto, in cui gli interni sono definiti attraverso attente e creative articolazioni spaziali capaci di trasmettere interessanti risonanze immaginative; mentre gli esterni sono elaborati con una particolare attenzione alla definizione del senso e del valore dello spazio destinato ad essere fruito dalla comunità.
Gli edifici, così, si pongono come presenze formalmente incisive, volte a rappresentare un punto di riferimento importante rispetto al contesto urbanistico/territoriale a cui fanno riferimento. E tale volontà configurativa è, in definitiva, espressione del fondamentale ruolo sociale che essi riconoscono all'architettura.

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