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Durisch+Nolli. Tre progetti
Rivista Metamorfosi N° 70
di gennaio/febbraio, 2008
Autore: Michele Costanzo
Articoli Pur essendo particolarmente vivace e vario il panorama dell'architettura contemporanea in Svizzera, per le diverse personalità che lo compongono, ciascuna con un suo personale approccio al progetto ed una differente tensione rispetto a quello che si definisce "immanenza della forma", esistono, tuttavia, dei tratti caratteristici comuni o largamente condivisi che attraversano come una specie di fil rouge la produzione architettonica di questo paese e sono: la chiarezza e l'incisività del messaggio espressivo, la cui sobrietà e immediatezza è spesso ricercata come una forma di manifestazione etica prima che formale, ma comunque sempre in grado di trasmettere emozioni, stimolare delle riflessioni capaci di far volare il pensiero lontano e mantenerlo a lungo in questa sorta di posizione sospesa, quasi inafferrabile.
Rispetto ad uno dei temi più ricorrenti del dibattito architettonico internazionale di questi ultimi anni, ossia quello del rapporto tra di tra familiare ed estraneo (o, come Sang Lee, Ruth Baumeister hanno preferito indicare nel loro libro , domestic and foreign) gli architetti svizzeri, bisogna osservare, hanno saputo mantenere un equilibrio esemplare; nel senso che hanno avuto la capacità e la forza -se si escludono alcune eccezioni che si sono manifestate più sensibili al richiamo "internazionalista" del messaggio architettonico, accettandone la omologante logica- di essere equilibrati interpreti, in modo lucido e creativo, del momento storico che stiamo vivendo, senza perdere il senso delle radici che li lega alla loro terra, alla loro storia.
Le tre opere di Pia Durisch e Aldo Nolli rappresentano questo spirito di ricerca che, a un tempo, porta avanti istanze localistiche ricche di umori della cultura d'appartenenza e la volontà di mantenere vivo l'interesse per un confronto internazionale, attraverso l'elaborazione di un linguaggio critico e di ampio respiro. Il risultato di questo tipo d'esperienze è la capacità, un po' come avviene in campo letterario, di saper dialogare con i propri "lettori", di riuscire a catturarne l'attenzione, di essere in grado di coinvolgerli interpretando i loro stessi pensieri.

Il primo lavoro di Durisch + Nolli è la casa per lo scultore Pierino Selmoni, a Mendrisio (1998-2000). L'aspetto che contraddistingue il progetto è che l'abitazione si sviluppa all'interno di un edificio storico, una singolare costruzione in pietra dalla forma allungata d'origine medioevale. La struttura ha subìto, nel trascorrere dei secoli, delle importanti trasformazioni che si possono chiaramente evincere nelle aperture tra loro dissimili, praticate nelle mura perimetrali; nel 1934, infine, l'interno è stato svuotato per inserire al suo interno una struttura che, per la precarietà dei materiali impiegati, è andata in rovina.
Questo precedente ha, in qualche modo, creato lo spunto per configurare il nuovo intervento: concepito come un nuovo volume in sé autonomo, in cemento armato a vista, inserito all'interno di quello preesistente con il fine di colmare il vuoto interno con la nuova presenza funzionale e, nel contempo di salvaguardare la sua essenza materica-formale-storica.
Mendrisio, come mettono in evidenza gli stessi architetti nello scritto d'accompagno al progetto, vanta origini romane e sul disegno delle sue strutture si sono andate sovrapponendo nei secoli altre importanti presenze costruttive che gli abitanti, hanno utilizzato, trasformato, adattato, ma facendole, in questo modo, anche, sopravvivere al tempo. L'intervento, degli architetti svizzeri, seppure realizzato con una sensibilità e consapevolezza assolutamente diversa, fa parte di un processo storico di conservazione e trasformazione del patrimonio edilizio storico che nel passato è andato avanti come un ideale palinsesto, ossia per continue trasformazioni, riscritture della realtà, ed oggi, al contrario, tende a procedere nel rispetto del manufatto storico, nella salvaguardare della sua integrità. In questo modo le sue strutture sono consolidate e destinate (là dove è possibile) ad un uso atto a reinserirle nel circuito della vita sociale; ma perché questo avvenga, è necessario che l'intervento del nuovo sia rispettoso del carattere della permanenza antica.
Il nuovo organismo, che si sviluppa su tre piani, prende forma stabilendo una netta distinzione tra la realtà materiale esistente, istituendo con essa un proficuo rapporto dialettico, giocato sul tema della "casa nella casa" e sulla non corrispondenza degli antichi vuoti murari con agli spazi interni del secondo volume e le loro posizioni anomale rispetto alla disposizione dei piani di calpestio che creano, nella fruizione degli ambienti e nella visione dell'esterno, atmosfere spaziali, situazioni percettive del tutto inconsuete.

Il secondo progetto è il m.a.x. Museo, a Chiasso (2002-2005); esso nasce per iniziativa della Fondazione Max Huber Kono che ha l'esigenza di dotarsi di una sede. Il compito dello studio, oltre alla redazione del progetto, è stato d'individuare un luogo in grado di corrispondere al programma culturale che si è data la Fondazione, che è quello di gestire l'archivio del noto grafico svizzero e di qualificarsi come spazio espositivo d'arte contemporanea. Inoltre, per la posizione di confine in cui si trova la città, l'obbiettivo è, altresì, quello di estendere la propria attività all'interno di un vasto comprensorio che va dal Canton Ticino, alla Lombardia.
Gli architetti individuano l'area in un'ex insediamento industriale (l'ex Garage Martinelli) molto prossimo al centro di Chiasso, localizzato tra un vecchio cinema-teatro e una scuola circondata da un'area verde alberata. La caratteristica del sito consentirà di aggiungere all'intervento progettuale previsto, anche un ex capannone industriale da impiegare come centro polivalente, liberando l'area dagli altri manufatti precari per la creazione di un vasto piazzale alberato. Questo nuovo spazio pubblico sarà anche l'elemento di connessione tra la vecchia struttura recuperata e il nuovo museo: una "terra di nessuno", come la definiscono dagli architetti, trasformata in area urbana d'importante interesse pubblico.
Il volume del m.a.x Museo si presenta come un semplice prisma a base rettangolare composto di due piani, più uno sotterraneo. Il primo piano è arretrato per creare uno spazio coperto antistante l'ingresso, in prosecuzione con il piazzale esterno che è a livello della strada. All'interno si trovano: atrio, guardaroba, biglietteria, book-shoop, bar, locale tecnico, ascensore e scala che conducono al piano superiore destinato interamente all'esposizione, e al sotterraneo; quest'ultimo, poiché esiste un dislivello tra l'ingresso del museo e la piazza, riesce ad avere delle finestre alte e una seconda porta rivolte verso tale slargo. Al suo interno si trovano: atrio, area servizi, sala espositiva, auditorium, locale tecnico e servizi.
L'edificio ha una struttura in cemento armato ed è interamente rivestito da una parete traslucida realizzata dalla sovrapposizione di tre diversi materiali: quello esterno è in vetro profilato autoportante, l'intermedio è una superficie tessile, quello interno impiega vetri acidati che filtrano la luce del giorno.
Questa costruzione si collega con il capannone a cui è stata sostituita la copertura e sono stati aggiunti quattro volumi a forma di conteiners: il primo funge da corpo d'ingresso, gli altri tre sono inseriti lungo la parete a sud-est che (fronteggia il m.a.x. Museo) e sono impiegati come vetrine espositive/informative delle iniziative culturali del museo. All'interno, si trovano degli elementi divisori posti lateralmente e in posizione non allineata alle pareti, dove corrono gli impianti tecnici, nella zona centrale resta a disposizione un ampio spazio per ogni tipo di manifestazione.

Il terzo lavoro è un progetto di concorso, realizzato nel settembre del 2006, per la Centrale d'esercizio delle gallerie di base del San Gottardo e del Ceneri, a Pollegio.
Si tratta della realizzazione di un centro controllo del traffico ferroviario attraverso tecniche innovative che sarà installato lungo la nuova linea ferroviaria del San Gottardo. Tale Centro di Comando (CEP) che sarà realizzato nel 2012, troverà luogo presso il portale sud della galleria di base del San Gottardo nelle immediate vicinanze dell'Infocentro AlpTransit San Gottardo. L'obiettivo, è quello istituire in maniera ottimale delle sinergie. Si tratta, dunque, di una costruzione innovativa per quanto riguarda funzionalità, ecologia, economia e configurazione architettonica.
L'esistente Centro Visitatori AlpTransit, non ha sufficiente visibilità. Il compito del nuovo centro d'esercizio è, quindi, quello di catalizzatore con la sua presenza e la sua riconoscibilità, l'insieme delle preesistenze; e questo, attraverso la sua singolare figura alta e stretta che, nei piani superiori, si allarga con un accentuato sbalzo, in questo ricordando, come osservano gli architetti, certe sculture metalliche di Chiullida.
Sulla base di queste condizioni preliminari, Durisch + Nolli hanno sviluppato la loro proposta che ha prevalente sviluppo in altezza, in modo da porsi come un segno iconico forte, ben percepibile nel paesaggio. Il collegamento con le preesistenze, inoltre, è dato dalla presenza di un piazzale, composto di spazi differenziati, che lega i volumi e crea, contemporaneamente, un nuovo luogo.
L'impianto tipologico dell'organismo deriva dalle esigenze funzionali legate alla tecnica ferroviaria. Si tratta di una struttura in cemento armato larga 41 metri e alta 26 metri e scandita da 7 piani. Internamente essa è strutturata attorno ad "spina dorsale" centrale, dove sono sistemate le condotte; e tale schema planimetrico si ripete ad ogni piano fino ad arrivare ai locali degli uffici che concludono la figura architettonica, con un sorprendente aggetto negli ultimi due livelli di 13 metri.
Attorno alla "spina dorsale" si trovano, da un lato, i locali sensibili alle radiazioni, i locali d'esercizio, quelli della tecnica ferroviaria sensibile alle radiazioni mentre, dall'altro, i locali di servizio, e quelli non sensibili. I percorsi orizzontali di collegamento si trovano ai due lati della "spina".
L'edificio è rivestito con una lamiera forata e pressotirata di tipo industriale per proteggere i muri perimetrali e creare un isolamento esterno. Si tratta di una "camicia" posta a 40 centimetri dalla facciata che conferisce ad essa un aspetto "immateriale". Di notte, l'illuminazione di tale intercapedine potrà rendere la costruzione visibile da lontano e, come osservano i progettisti, esso potrà apparire come un "corpo incandescente".
Gli uffici sono orientati a nord e dispongono di grandi aperture che offrono una rilassante vista della montagna. Sono previsti degli spazi dedicati al soggiorno e al riposo. Sul tetto si trova, inoltre, uno spazio aperto rivolto verso sud, ossia verso la valle.
Gli impianti, infine, sono concepiti in modo da poter disporre di sistemi di distribuzione ed emissione del caldo e del freddo necessari al bilancio termico dell'edificio nei suoi diversi settori.

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