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Il palazzetto bianco di Paola Rossi
Rivista Metamorfosi N° 58
di gennaio febbraio, 2006
Autore: Michele Costanzo
Articoli Un contributo alla recente architettura urbana romana.

Il Palazzetto Bianco, sorge lungo una delle strette strade che tagliano trasversalmente il costone della collina Piccolomini che guarda in lontananza San Pietro. E' un'opera originale per la soluzione formale che propone e per il percorso intellettuale, assolutamente non convenzionale, che ha portato alla sua configurazione. Il progetto è, infatti, frutto della collaborazione tra uno psichiatra, Massimo Fagioli e un architetto, Paola Rossi.
Da diversi anni Rossi è impegnata ad approfondire gli sviluppi di una tendenza non secondaria che anima il dibattito culturale in campo architettonico riguardante la ricerca di un nuovo vocabolario di segni finalizzato a rinnovare, o semplicemente ad ampliare la gamma di espressioni progettuali. Tale indirizzo tende a misurarsi, in maniera dialettica, ora con forme naturali, ora astratte, ora provenienti dall'inconscio.
Tra il 1986 e il 1995 si è formato a Roma, un gruppo di ricerca in campo architettonico sotto la guida di Fagioli. Gli esiti del lavoro introspettivo sviluppato, finalizzato ad arricchire, potenziare la capacità creativa dei partecipanti, sono stati raccolti nel catalogo "Il Coraggio delle Immagini". I progetti realizzati dagli aderenti al gruppo di lavoro, unitamente a spunti e proposte formali dello stesso psichiatra romano, hanno dato origine ad una mostra (patrocinata dal nostro Ministero degli Esteri) che dal 1993 al 1998 ha toccato numerosi paesi del mondo.
L’idea del Palazzetto Bianco, che solo ora trova conclusione dopo aver percorso un cammino particolarmente lungo e accidentato, nasce da tale importante esperienza. Il cui punto di avvio concettuale potrebbe essere individuato, tra le numerose e complesse riflessioni di Fagioli, nella sua seguente osservazione: «L'architetto costruisce [...] prima ancora di immaginare, nel rapporto materiale e diretto di se stesso con l'ambiente e con la natura, senza immaginare nella separazione di se stesso dagli altri e dalla natura come fa l'artista; egli compone il mattone nell'erba la trave accanto all'albero e, nel comporre e armonizzare le cose e gli elementi che lui sceglie, fa sì che l'immagine derivi da quanto ha composto manualmente senza aver prima sognato la bellezza»1.
L'ipotesi di lavoro è che il linguaggio dello psichiatra ha la capacità di modificare la realtà umana come quello dell'architetto la realtà esterna.
«Accade così che noi siamo obbligati a fare una ricerca su un linguaggio, quello appunto modificatore della realtà umana [...]. Accade inoltre che sviluppando questa ricerca siamo obbligati a considerare ed evidenziare non semplicemente le immagini coscienti e le figure definite, ma anche le immagini che dobbiamo definire inconsce che si rappresentano nell'ideazione dell'architetto. Conseguentemente l'inconscio interviene nella realtà e, questo, è un pensiero completamente nuovo ed originale: non è stato mai ammesso, infatti, dal pensiero umano cosciente che l'inconscio possa intervenire e addirittura determinare quella attività che conduce alla sopravvivenza, prima nella costruzione che permette l'abitare, alla vita stessa poi, nel momento in cui l'arte del costruire non si riduca all'utile meccanico e razionale, ma comprenda anche le dimensioni di bellezza e piacere»2.
L'opera di Rossi, non solo riflette l'impianto ideale e, a un tempo, scientifico di Fasoli, ma ha la capacità altresì di materializzarsi nella ristretta area di sedime a disposizione in maniera distintiva e coinvolgente. L'idea su cui si basa è quella di un'alta parete che come un foglio di carta si piega, si curva morbidamente, quasi seguendo l'andamento della strada. Si tratta di un robusto setto cementizio traforato a più livelli da una sequenza di finestre quadrate. Il colore bianco brillante del rivestimento riduce la percezione della massa e lo rende astratto; la duplice curvatura, inoltre, trasmette il senso di un invito che annulla la percezione di chiusura, di barriera rispetto alla volumetria retrostante dominata da una sequenza di balconi su cui si aprono pareti totalmente finestrate che enunciano un intento organizzativo dello spazio teso a determinare un genere d'alloggio aperto, in diretto contatto fisico/percettivo con l'esterno naturale che è immediatamente di fronte.
La zona notte è la parte della casa difesa dall'ampia parete-prospetto, la zona giorno è quella che si rivolge verso la natura. La pianta dell'edificio, pur nelle difficili implicazioni spaziali derivanti dalla sua sagoma triangolare, riflettere tale impostazione. Ogni piano ha due appartamenti che derivano dalla scansione creata da un nucleo centrale (composto da pianerottolo, scala e ascensore) che a piano terra trova lo spazio dell'atrio, segnalato all'esterno da un 'drammatico' taglio praticato alla base del monumentale prospetto ricurvo.
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1 Massimo Fagioli, Il coraggio delle immagini, in: catalogo della mostra " Il coraggio delle immagini", Nuove Edizioni Romane, Roma 1994, p. 13.
2 Ibidem, pp. 15-17.

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