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Architettura olandese contemporanea: colloquio con Michele Costanzo
Rivista COSTRUIRE IN LATERIZIO N° 121
di Gennaio/febbraio, 2008
Autore: A cura di Davide Turrini
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Che relazione intercorre tra architettura, spazio urbano e
paesaggio nell’Olanda del terzo millennio?

Si tratta di una terna di questioni assolutamente importanti e reciprocamente interrelate, che hanno sempre avuto un ruolo centrale nella cultura architettonica olandese. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso, il piatto territorio dei Paesi Bassi era ancora quasi esclusivamente
contraddistinto dalle grandi infrastrutture (dighe, ponti, canali, autostrade); le concentrazioni urbane erano circoscritte, dimensionalmente equilibrate ed opportunamente intervallate da ampie aree verdi. L’idea dominante era quella di mantenere un rapporto armonico tra costruito e natura. Inoltre, gli insediamenti abitativi dovevano avere una bassa densità ed un limitato
sviluppo in altezza.
Con la forte carica impressa alla produzione edilizia degli anni Novanta,come diretto riflesso di un radicale cambio d’indirizzo economico, politico, sociale avvenuto nel Paese, e con l’avvento, in tale dinamica realtà costruttiva, di una nuova e creativa generazione di architetti, l’immagine di quel paesaggio urbano, consolidato nella memoria di tutti, si è andata rapidamente modificando e, con essa, il carattere uniforme della sua architettura e lo skyline, per così dire, tradizionale dei centri storici.

Da questo momento in poi, la produzione architettonica del Paese ha cercato d’interpretare un bisogno diffuso di libertà immaginativa, volto a perseguire un approccio marcatamente iconico, focalizzato su di un universo formale assolutamente originale e riconoscibile; e questo, come risposta ad un differente modo di rapportarsi alla realtà, in ultima analisi ad un diverso
criterio di immaginare ed esprimere la cultura del vivere associato. I giovani progettisti hanno così preso coscienza dell’urgenza del messaggio contenuto in Delirious New York, di Rem Koolhaas, che è quello della necessità di operare un processo di “densificazione”del costruito, favorendo lo sviluppo in verticale delle città. L’intento comune è stato, allora, quello di contrastare la tendenza espansiva diffusa dell’edilizia residenziale (come evidenziato da West 8 nella mostra del 1995 presso la sede del NAi di Rotterdam) al fine di salvaguardare
il paesaggio naturale.
Un secondo aspetto, che discende dalla stessa questione, è l’ipotesi prospettata da MVRDV in Farmax (suo primo testo teorico) e poi concretizzata con il Dutch Pavilion all’Expo 2000 di Hannover,che è quella d’includere, nel concetto di “densificazione”, lo stesso territorio naturale: una sorta di rovesciamento della questione precedente,che prevede la sua inclusione all’interno
di macrostrutture a più livelli (unitamente alle attività tecnico-produttive che in esso si svolgono); riproponendo in questo modo, anche se con modalità del tutto diverse, quel processo di “artificializzazione della natura”, secolarmente perseguito dai Paesi Bassi
con la loro sistematica sottrazione di nuove porzioni di territorio al mare.

Nei suoi studi recenti sull’architettura contemporanea in
Olanda, Lei ha ripreso e sviluppato la definizione di
“seconda modernità” già espressa dal sociologo Ulrich
Beck alla fine del secolo scorso. Può parlarci di questa
visione cercando di focalizzarne i caratteri fondamentali?

Nella fase d’avvio della nouvel vague olandese, alla fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, ha avuto luogo nel Paese un importante dibattito,sviluppatosi in numerosi saggi pubblicati sulle pagine delle riviste specializzate, come anche nelle aule universitarie e in importanti manifestazioni culturali, nazionali e internazionali.
Nel simposio del 1990 presso la Technical University di Delft, in occasione della conclusione del biennio d’insegnamento, Rem Koolhaas tiene un’importante lezione dal titolo:Hoe modern is de Nederlandse architectuur?
In essa, invita i giovani a prendere coscienza del fatto che il legame del moderno con la tradizione è entrato in crisi, e che è necessario cercare nuove strade da percorrere.
Egli si stupisce che edifici realizzati nell’arco di un secolo siano così simili tra loro; e sollecita i giovani a giungere ad “[...] una sorta di riconsiderazione,di ammodernamento della professione, o ad una escalation di ambizione che irrevocabilmente procede di pari passo
ad una escalation autocritica. [...] Credo che sia assolutamente essenziale abbandonare il mito di un Paese con un mucchio di centri storici compiacenti, che intendono restare tali, e relegare tutto il resto ad ogni genere di porcherie”.
Ciò di cui l’Olanda ha bisogno,in conclusione,secondo Koolhaas, è un’indagine sugli aspetti dirompenti del Modernismo, e un’importante riflessione su “[...] l’esplosione di scala, l’esplosione di artificialità, l’esplosione di contesto e l’esplosione di controllo”.
Pochi mesi dopo,alla Biennale di Architettura di Venezia del 1991, il padiglione olandese propone una mostra dal titolo Modernism without Dogma, in cui sono esposti i lavori di 10 studi di architettura di recente formazione (tra cui:Wiel Arets,Mecanoo,Ben van Berkel,
Willem Jan Neutelings,Koen van Velsen).Nel pieghevole di presentazione delle opere, Hans Ibelings scrive che l’architettura moderna olandese,nell’ultimo mezzo secolo, si è andata trasformando in una tradizione viva. “L’immagine distintiva del Modernismo tra le due
guerre,come pure la gamma delle idee espresse dagli architetti degli anni passati, hanno finito per essere assorbite nella pratica progettuale corrente. Il tratto caratteristico della più giovane generazione d’architetti olandesi è la libera interpretazione di questo recente passato.
[...] Il risultato di questo comportamento disinibito è un Modernismo senza dogma, inventivo e pervaso da una straordinaria ricchezza formale”.
La “seconda modernità”, dunque, può essere intesa come una definizione atta a designare un insieme di fattori che hanno determinato l’attuarsi di una nuova condizione epocale:un punto d’osservazione differente della realtà, e una diversa sensibilità nell’interpretarla e nell’esprimerla, dovuta all’effetto destabilizzante dell’economia globale, delle nuove reti di comunicazione, delle trasformazioni della politica, che hanno portato all’affermarsi dei nuovi principi della deregulation e della generale liberalizzazione del mercato.

Quali dinamiche caratterizzano oggi il rapporto tra
tecnologie costruttive e processo edilizio del Paese?

Quello che imprime la maggiore spinta propositiva nel processo di modificazione e di trasformazione del progetto contemporaneo in Olanda è un atteggiamento realista e concettuale a un tempo, che si sforza di avvicinare il processo ideativo/realizzativo del progetto a quello del mondo dell’industria.
Si tratta, in questo modo, di tendere ad assumere, fin dall’atto elaborativo iniziale, tutti gli aspetti economici, organizzativi, geografici, culturali, che lo riguardano. Edificare,nota Felix Claus,“[...] significa accettare tutte le condizioni di budget, pianificazione, programma, impegno realizzativo, e così via. Inoltre, ciò che è molto importante è l’organizzazione manageriale del lavoro”.
In questo modo,l’architetto è solo uno dei professionisti del team progettuale;è un consulente professionale di un gruppo composito di soggetti tutti altamente specializzati
nei loro settori.
L’esito progettuale finale è l’atto conclusivo di un percorso di cui sono responsabili tutti i componenti dell’equipe di lavoro. In tale situazione, ancora secondo Claus, il processo costruttivo deve essere considerato “[...] come una ‘condizione di campo’ in cui sono attive
molte forze. Per un progettista, allora, è importante essere molto ben preparato a queste condizioni, ed essere aperto agli apporti esterni. Il progetto è, dunque, espressione di una strategia”; e per raggiungere un risultato positivo è necessario che l’architetto rinunci alla
sua tradizionale posizione autoritaria.
All’interno di questo quadro rientra l’impiego di tecnologie costruttive e l’uso di materiali sempre più ricercati, innovativi, lontani da quelli della tradizione,
quali: il vetro strutturale, l’acciaio, il legno trattato, le materie plastiche variamente elaborate, i nuovi materiali composti, e quant’altro. Naturale corrispettivo di tale approccio pragmatico nei confronti del progetto risulta essere, allora, il ruolo riservato dagli architetti al tema del dettaglio come espressione in sé, ambito di ricerca autonomo di tipo
formale/sperimental/concettuale (quasi avulso dal conteso).
L’interesse che esercita, e la sua stessa definizione d’immagine, attiene alla sua oggettiva condizione, alla possibilità di percezione ravvicinata e prolungata nel tempo. Così, risulta essere l’unico concreto elemento attraverso cui l’autore riesce ad entrare in rapporto con
l’utente (e a dialogare idealmente con esso) per mezzo della fisicità tattile/percettiva della materia.

L’architettura olandese contemporanea parla di tecnologie
digitali, di visioni geometriche e cromatiche a tratti surreali,
di nostalgie naturali ed ecologiste. Cosa rimane in tutto ciò
della lezione di maestri del Moderno quali Berlage e De
Klerk, o Dudok e Oud?

Una,ulteriore,ragion d’essere dell’espressione “seconda modernità”, come tutte le definizioni elaborate da storici e da critici dell’architettura,è quella di conferire un ordine e un senso alla casualità degli eventi, di individuare un significato più profondo, nascosto degli accadimenti
e delle realizzazioni:un modo per incasellare le idee,per trovare risposte utili a spiegare ciò che avviene, per illuminare la realtà delle cose con la debole lampada della ragione. I progettisti, spesso, non percepiscono il significato di tali “scansioni teoriche”, e non accettano l’idea di “confine”, o di “chiusura invalicabile”. Per dirla con Jean Nouvel (sua conferenza alla Triennale
di Milano, 1996), “[...] non mi verrebbe mai l’idea di scrivere un libro esclusivamente con le parole che sono state inventate negli ultimi vent’anni.Mi sembra più interessante mettere in relazione espressioni nuove del vocabolario con parole più antiche, più arcaiche e dare
loro in questo modo tutto il senso, la sinergia, la dinamicità possibili”.
Analogamente, nelle numerose opere dei giovani progettisti olandesi non è difficile ritrovare espliciti riferimenti ad immagini che portano in sé un chiaro riferimento al passato, riproponendo materiali e soluzioni formali che sembravano ormai accantonate, definitivamente
riposte nella soffitta dei ricordi.
E’ il caso di uno degli edifici “Hageneiland Housing”, Ypenburg (2000-03) di MVRDV,rivestito con le stesse tegole impiegate da Michel De Klerk nel complesso abitativo“Eigen Haard”,Amsterdam (1913-21).
Un secondo esempio interessante è la parete di mattoni lunga 143 metri del nuovo ingresso dell’“Openlucht-museum”,Arnhem (1996-98),realizzato da Mecanoo, e composto di 40 tipi di mattoni posati in 28 modi diversi: un manifesto delle finiture delle costruzioni storiche
olandesi.

Come abbiamo visto, se per la Scuola di Amsterdam il
laterizio è stato il materiale d’elezione, l’opera attuale di
progettisti quali MVRDV, Mecanoo, Wiel Arets o Claus en
Kaan è fortemente polimaterica e decisamente proiettata
verso la sperimentazione di materie plastiche e metalliche
innovative. Qual è il ruolo dei materiali tradizionali, come il
“cotto”, nel presente e nell’immediato futuro della cultura
architettonica olandese?

Il mattone è un materiale di rivestimento molto presente nell’architettura contemporanea olandese. Esso è soprattutto impiegato, come rivestimento esterno delle abitazioni,per il suo alto valore evocativo (del concetto di “familiarità”, o di “quotidianità” del vivere), nonché
per le sue implicazioni formali.
A tale proposito, ritengo interessante riproporre due espressioni impiegate da Hans Ibelings per definire un diverso approccio al problema.
La prima è unspectacular, dove il mattone è usato per rivestire oggetti architettonici che vogliono manifestare reticenza o rifuggire dal clamore e dalla loquacità dell’architettura del presente e del recente passato. Lungo questa linea si possono trovare alcune recenti opere di
Claus en Kaan, Maaskant en Van Veltzen, Faro Architecten,Van Sambeek & Van Veen,hvdn architecten.
La seconda è unmodern,in cui il mattone è utilizzato per mettere in risalto un tipo di architettura che,da un lato, segnala la sua posizione nostalgica nei confronti del passato
e critica rispetto al Modernismo e, dall’altro, non nasconde un suo risvolto commerciale, che cerca di assecondare un gusto molto diffuso in Olanda. Su questo percorso, si possono incontrare lavori di Geurst & Schulze,Molenaar & Van Winden,Soeters Van Eldonk
Ponec, Natalini Architetti, Krier & Kohl.

Rohmer, BNR, Van Duysen, 51N4E, Monk e Teema sono
progettisti olandesi e belgi protagonisti di questo numero
della rivista dedicato ad una serie di architetture realizzate
in area fiamminga. Possiamo identificare i temi
fondamentali dell’opera di ciascuno di loro?

Il filo conduttore che lega la scelta degli autori delle sei opere che compaiono in questo numero è il loro tendere verso una semplificazione formale che raggiunge livelli di maggiore o minore asciuttezza e concisione espressiva nelle diverse costruzioni in rapporto agli specifici
caratteri distintivi che le definiscono, e all’ambiente fisico con cui si confrontano.
Ulteriori,importanti aspetti che accomunano i progetti illustrati sono la cura per il dettaglio, che la giovane generazione di progettisti persegue come punto qualificante della loro ricerca,nonché l’attenzione ai materiali e al loro impiego in maniera inclusiva, ricercando, con
questo, effetti di novità e sorpresa atti a stimolare l’attenzione del pubblico e a rendere l’oggetto invitante, spontaneo, comunicativo.

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