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Riccardo Dalisi. Tre progetti per l’area campana
Rivista Metamorfosi N° 47
di ottobre novembre dicembre, 2003
Autore: Michele Costanzo
Articoli Il percorso progettuale di Riccardo Dalisi si presenta come una successione di eventi progettuali, estremamente diversificati tra loro per dimensione, tematica, impegno realizzativo, ma tutti fortemente permeati da una salda ispirazione, da un forte impegno creativo. Un arco di realizzazioni/ideazioni cha partono da proposte a scala architettonica fino a raggiungere quella dell'oggetto d'uso. Si tratta di una vasta serie di opere di particolare fascino per il loro carattere iconico e per la coerenza attraverso cui ogni intervento trova una sua peculiare definizione formale. Questo secondo aspetto rappresenta il sottile filo conduttore che attraversa la lunga sequenza dei progetti conferendo ad essa il carattere di un'unità logica.
Nell'itinerario operativo/ideativo che l'autore persegue, ogni esito si pone come un elemento di contrappunto che ne scandisce il cadenzato procedere.
La peculiarità di questo impegno operativo sta nell'intersezione di due opposte realt‡ che pervicacemente l'autore persegue: l'architettura e l'umantà che la fruisce. E questo rapporto è così intrinsecamente correlato da rappresentare per entrambe l'essenza più profonda.
In un commento ad un progetto di concorso per una scuola di completamento dell'obbligo (1963), Bruno Zevi cita un illuminante brano tratto dalla relazione di Dalisi: progettare "[...] oggi significa proporre spazi capaci di stimolare una trasformazione sociale, culturale e pedagogica, significa esprimere funzioni didattiche formative ai tre livelli: individuo, comunità e società in continuo rapporto dialettico. Perciò occorre sostituire all'idea del progetto definito e studiato, una volta per tutte, l'idea di una operazione continua, aderente alle necessità che sorgono: la possibilità di integrare l'organismo con funzioni collaterali arricchisce di valori umani, radicandolo al tessuto urbano" .
Gli anni Settanta, per Dalisi, corrispondono ad un periodo di attiva partecipazione al "movimento radicale", caratterizzato da uníintensa critica alla nascente società dei consumi (oltre che da un sostanziale rifiuto della "professionalità" architettonica). In questo modo, la crisi della cultura, la sua segmentazione nonchè l'impossibilità a raggiungere valori universali, assoluti, duraturi è accettata come fenomeno positivo, in grado di fornire all'uomo una libertà in più, uno stimolo alla sua creatività e una spinta ad operare azioni trasgressive, spesso impegnate in un rapporto diretto di tipo comunitario: in un reciproco coinvolgimento/scambio con gli utenti.
Tale indirizzo teorico/operativo non propone l'elaborazione di un modello di valori, ma al contrario considera come unico riferimento possibile la liberazione delle facoltà creative dell'intera società. Esso prenderà forma, sia attraverso una serie di realizzazioni quali: la Borsa Merci di Napoli (con Michele Capobianco e Massimo Pica Ciamarra), la Facoltà di Scienze e Farmacia dellíUniversità di Messina, che con il libro Architettura dell'imprevedibilità (1970); in cui riflette su un tipo di spazio in grado di modellarsi sulle forme viventi e sul processo stesso di modificazione come realtà 'instabile', in continua evoluzione. Un progetto teorico dunque che, oltre a prendere in considerazione la tematica della partecipazione, racchiude in sé alcuni interessanti spunti figurativi basati e sulla geometria generativa e sull'accumulo formale che saranno sviluppati successivamente.
In questo stesso decennio, Dalisi punta ad estendere la posizione sopra delineata, arricchendo la sua azione attraverso un diretto confronto con la realtà (che prende forma attraverso il rapporto che stabilisce con la popolazione dei quartieri emarginati della sua città), occupandosi di "architettura d'animazione", di "tecnica povera in rivolta", ponendosi a confronto con gli scugnizzi del Rione Traiano di Napoli. Da qui nasce l'ipotesi di costruzione di una scuola materna da realizzarsi con tecniche povere e con il contributo operativo degli stessi abitanti della zona.
Negli anni seguenti, egli seguita ad approfondire la sua ricerca teorica sulla scuola e sulla didattica integrata con gli spazi urbani. In particolare il suo interesse si rivolge al borgo contadino di Ponticelli (di cui è presentato un intervento), rimasto intatto nella sua coerenza tipologica, ma gravemente danneggiato dagli eventi sismici. Il risultato sarà una libera, 'inventiva' ricostruzione a carattere collettivo/partecipativo condotta con i suoi abitanti.
Ideale approfondimento di tale fondamentale sperimentazione sarà per Dalisi il confronto con l'oggetto singolo a piccola scala, come tema progettuale in sé, che acquisterà un ruolo dominante nella ricerca degli anni a venire .
Le diverse esperienze, anche in questo, caso saranno raccolte in un libro, Architettura d'animazione (1975), in cui emerge l'esigenza di un assetto teorico attraverso una riflessione in chiave antropologica/sociologica. Il volume Gaudì, mobili ed oggetti, del 1978, rappresenterà un ultreriore tappa di approfondimento, un'occasione per analizzare, da un diverso punto di vista, il percorso che va dalla sperimentazione all'urgenza manuale dell'artigianato e dalla struttura alla funzione.
Un importante sviluppo di questo filone díindagine è dato dalla collaborazione di Dalisi (che proseguirà per molti anni) con Alchimia e con Alessi, il cui oggetto è il recupero delle tecniche artigianali al fine di una produzione industriale. Questo porterà alla reinterpretazione della caffettiera napoletana, premiata con il Compasso d'Oro (1981). Il filone legato all'ambito del disegno industriale prosegue fino alla Biennale di Chicago in cui, attraverso l'introduzione nel progetto di una dimensione fiabesca e fortemente ironica, ipotizza una sintesi totale tra arte, disegno industriale e architettura.
Negli anni successivi, Dalisi sarà intensamente attratto dalle tematiche derivanti dalla questione della ricostruzione dei paesi terremotati nel territorio campano e dal recupero di zone urbane degradate. Realizza, così, numerosi progetti fortemente indirizzati sul versante dell'autocostruzione, dove síincrociano due distinti aspetti concettuali: il primo, riguarda l'impiego di tecniche povere e l'equilibrata sperimentazione di antichi e moderni materiali e loro tecniche díimpiego; il secondo, una ricerca di figurazione libera (seppure organizzata attraverso un tramite geometrico), vicina alla sensibilità dello spazio contemporaneo, tuttavia non distante dalla tradizione, dai suoi valori, dalle sue regole. Così, mentre gli interventi di restauro ad Olivetro Citra (1986-87), ad Ospedaletto díAlpinolo (1987-93), ad Atripalda(1981-89) gli consento la verifica di temi architettonici maturati nel decennio precedente, il progetto di recupero urbano Napolino, che ha coinvolto l'area urbana napoletana compresa tra Rua Catalana e vico della Graziella, realizza la massima espressione della sua utopia partecipativa .
Nelle esperienze di questa fase, tutte improntate da una forte carica creativa e sperimentale, è l'idea stessa di progetto ad essere sovvertita in quanto, come osserva Achille Bonito Oliva, non rappresenta più l'idea a monte, ma "lo sbocco, lo svelamento finale di un'attività concreta che si misura direttamente con i materiali, i colori, le forme, le superfici. Tale capovolgimento è il segno di una impostazione alternativa del lavoro creativo: qui la creazione è al servizio diretto di un desiderio che cerca uno sbocco e non un progetto a cui repressivamente corrispondere. La manualità diventa momento privilegiato, in quanto fonda una diversa nozione di arte, in quando riafferma il valore materiale del lavoro creativo, fatto di esercizio incrociato di testa e di corpo, di nervi e di sensibilità" .
Sull'onda di queste esperienze e stimolato da un'idea progettuale di 'purezza', nel 1998 pubblica Progettare senza pensare, in cui insegue l'idea di allargamento della pratica del progettare ad uno stile di vita interiore; "[...] occorre incessantemente (senza mai esagerare, possibilmente con gioia) tentare tutte le vie della semplicità, della calma, dell'accettazione, usando la poesia, la musica, il senso di fratellanza, di amicizia con sé stessi, con i compagni, con il mondo come fanno i fanciulli" . Con questo Dalisi intende esprimere la sua aspirazione ad una 'autenticità' di valori e, contemporaneamente, alla ricerca e sperimentazione del nuovo. "La nuova architettura" egli scrive, "viene dall'innocenza come l'umile casa del contadino" .

Le tre opere qui presentate, fanno riferimento a due temi distinti: l'intervento di restauro e quello di 'completamento' di uno spazio urbano.
Per la chiesa di Sant'Ippolisto ad Atripalda (1981-89), in provincia di Avellino, che ha subito la distruzione del transetto a causa del terremoto, l'azione progettuale síindirizza principalmente nella sua 'ricomposizione'. Le parti in aggiunta, inserite da Dalisi per ricostituire l'unità spaziale perduta, puntano ad una loro chiara percettibilità da parte di chi osserva. La cupola centrale è realizzata in struttura metallica leggera e nervometal (rete metallica modellabile con le mani su cui è applicato l'intonaco). La decorazione è realizzata con stampi in gesso. La nuova struttura è leggera e risponde a criteri antisismici. Il catino della cupola è riconfigurato da una serie di raggiere costituite da ferri piatti e tondi su cui sono inserite elementi figurativi in ottone e rame.
La parte alta del transetto, sul lato destro, è totalmente ricostruita. Tra le pareti verticali consolidate è inserita una struttura reticolare metallica con all'interno delle ceramiche bicrome (azzurro e nero) a sagoma quadrata. Un secondo reticolo spaziale è posto in sospensione al livello sottostante (anch'esso studiato con caratteristiche di antisismicità).
Per la Sala d'ingresso del municipio di Ponticelli (1985-88), l'intervento consiste nel riutilizzo di un cortile, attiguo all'edificio municipale, che viene trasformato in una grande sala d'ingresso. Tale nuova costruzione è una torre che sostituisce la precedente crollata per il terremoto. Al suo interno la struttura, che svetta sulle basse costruzioni del piccolo centro, ravvivando il suo piatto panorama urbano, è totalmente vuota e l'effetto spaziale risulta estremamente suggestivo e coinvolgente: per il rapporto dimensionale (tra pianta e alzato), per l'effetto di trasparenza delle pareti, per la singolare soluzione del disegno del piano di copertura.
Riguardo a tali operazioni di restauro, Dalisi pone come base fondamentale la capacità d'invenzione. "Sono molto rispettoso per le cose di grande valore, ma spesso anche il mettere un grigio 'prudente', una campitura asettica è, dovrebbe essere un atto d'invenzione perchè quel grigio è pur sempre una presenza che incide su ciò che è lasciato intatto [...] sono anche convinto che quando si interviene, ad esempio strutturalmente, anche soltanto con micropali [...] l'opera diventa un'altra cosa[...]. Mi sollecita l'idea di poter intervenire con mano leggera, da esperto operatore estetico, da artista, che ricompleta l'opera menomata con una sensibilità che tenga conto di tutto e che si lasci suggestionare dall'antico [...]. Certo occorrono regole restrittive, che diano un riferimento continuo, soprattutto per la ricerca sperimentale, che segni anche il tempo, il percorso che si compie" .
Per la chiesa di Montecalvario a Napoli (1999) l'azione di riqualificazione poetica di Dalisi è stata quella di un delicato inserto di due sculture in ferro battuto a cassetta, raffiguranti la Madonna e San Giorgio, sistemate lungo la fronte d'ingresso della chiesa, a 'completamento' della sua severa facciata che si apre su un ampio spazio urbano della città partenopea.
La nozione di 'riqualificazione' è interpretata da Dalisi, innanzitutto, come impegno poetico. Prendendo spunto da un passo leopardiano, egli osserva: ´La poesia è dunque l'essenza delle cose, occorre prenderne cura e sostenerla là dove puÚ nascere [...]. La poesia è anche, io credo, la base inalienabile della partecipazione [...]. In definitiva, ciò che è poetico è ciò che è profondamente radicato e rapportato alla società. Non vi è cosa più partecipante dell'arte che nasce da un sofferto legame con la coscienza collettiva".

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