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Tre musei di Bernard Tschumi
Rivista Metamorfosi N° 52
di gennaio febbraio, 2005
Autore: Michele Costanzo
Articoli Il tema del museo è particolarmente vicino alla ricerca di Bernard Tschumi e quindi da lui fortemente sentito in termini d’impegno ideativo; in quanto si tratta di una struttura naturalmente predisposta a favorire quello sviluppo del rapporto tra spazio ed evento che egli costantemente ricerca in ogni suo progetto.
Nel museo la reciproca interazione tra spazio ed evento ha modo di dare vita ad una interna forza dinamica. Si tratta di un’energia che disgrega, sfigura ciò che investe e nello stesso tempo riconfigura, andando a creare una nuova realtà architettonica.
Tutti i progetti dell’architetto svizzero sono basati sullo sviluppo, la provocazione di questo stimolante rapporto, che egli ha saputo declinare in innumerevoli varianti.
I tre musei, attualmente in via di realizzazione, pur differenti per genere e per programma, hanno un filo comune che li unisce, rappresentato dal forte rapporto che l’architetto tende ad istituire con l’ambiente urbano in cui si collocano.
Questa ‘apertura’ dell’organismo verso l’esterno deve essere intesa come uno sviluppo della tradizionale ricerca dell’autore, volta a procedere dall’interno verso l’esterno dell’edificio. Ora, l’azione progettuale sembra invertire il proprio indirizzo di marcia, per cui risulta essere l’oggetto a richiamare a sé la città, in un tentativo concettuale/reale di assorbirne la sua vivificante energia.
Il primo progetto è il New Acropolis Museum ad Atene (2001-). La sua caratteristica è la relazione che la nuova struttura museale istituisce con l’Acropoli ed i celebri monumenti dislocati sul pianoro che domina la città; un rapporto strettamente finalizzato a porre in evidenza i singoli componenti di tale insieme, attraverso la realizzazione di ampie e suggestive visuali, attentamente predisposte per la loro percezione da differenti punti d’osservazione.
Tali molteplici aperture richiamano un secondo tema, quasi un corollario del primo: la luce, la violenta e ‘corrosiva’ luce mediterranea che, se da un lato invade piacevolmente gli spazi museali, dall’altro, deve essere filtrata, dosata per attenuare l’effetto-serra nelle sale; e questo, avviene mediante l’impiego di moderne tecnologie, volte a preservare, a un tempo, le opere esposte e il benessere degli utenti.
Il percorso dei visitatori si sviluppa lungo un circuito che è, contemporaneamente, una passeggiata archeologica/architettonica, un percorso attraverso il tempo, e un’esperienza emozionale.
Il museo si compone di due piani sovrapposti di forma trapezoidale che appaiono come sospesi nello spazio. L’ampia sala dell’atrio è provvista di ambienti per la vendita e per servizi di supporto, ma la sua peculiare caratteristica è quella di godere della suggestiva vista degli scavi di Makryianni. La zona centrale è a doppia altezza, in essa sono esposte le opere che vanno dal periodo arcaico a quello del dominio romano. Nel mezzanino si trova la caffetteria/restaurant con affaccio verso l’Acropoli. Sul piano di copertura, infine, è sistemato una grande prisma di vetro strutturale, la Parthenon Gallery, da cui è possibile osservare i suoi preziosi marmi sistemati all’aperto in un cortile ricavato al centro del volume vetrato; in questo modo, è possibile godere della visione dell’Acropoli in condizioni ottimali di luce e al riparo dall’eventuale eccesso di temperatura esterna. I marmi del Partendone, a loro volta visibili dall’Acropoli, sono disposti secondo lo stesso orientamento del tempio.
Il secondo, è il nuovo Museum for African Art che sorgerà (nel 2006) a New York lungo la Fifth Avenue, la “strada dei musei”, all’altezza della 110th Street. E’ un imponente edificio alto 110 metri, al cui interno sono previste sale per esposizioni permanenti e temporanee, oltre agli spazi per lo studio ed un piccolo auditorium.
Nell’ampio atrio d’ingresso si trovano, opportunamente dislocati, la biglietteria/informazioni, ambienti per la vendita e una caffetteria. L’ultimo piano è destinato a spazio per gli eventi in grado di ospitare 500 persone; sul piano di copertura si trova un roof garden ed un giardino delle sculture.
Ai livelli intermedi sono sistemati gli ambienti espositivi equipaggiati con moderni impianti tecnologici per l’illuminazione, provvisti di locali per lo studio e la ricerca, ed un sofisticato apparato mediatico-informativo attraverso il quale è possibile favorire e approfondire il confronto tra le culture delle molteplici comunità africane; tale proficuo scambio si attua mediante un insieme di direttrici di percorso.
A seguito della normativa della zona che impone il rispetto dell’allineamento delle fronti degli edifici, l’involucro esterno è composto da un doppio sistema parietale sostenuto, come il resto della costruzione, da un’ossatura in acciaio; il primo di essi, posizionato all’interno, è realizzato in legno; il secondo, all’esterno, in vetro strutturale. L’intercapedine determinata dal distacco delle due pareti crea un in-between, un ambito spaziale in cui sono dislocate le percorrenze verticali (ascensori, scale, rampe). Questa soluzione, oltre a conferire il massimo di flessibilità all’interno del museo, rappresenta un affascinante e privilegiato punto d’osservazione verso il Central Park: «Il MAA diventerà», osserva Tschumi, «l’unico museo sulla Fifth Avenue che consentirà di mettere in mostra il paesaggio del parco in maniera assolutamente esplicita» .

Il terzo, infine, è il MAC (Museo de Arte Contemporanea) a San Paolo, Brasile. Una struttura espositiva in cui è particolarmente favorito l’uso libero dello spazio; in esso, interagiscono in maniera del tutto nuova l’esperienze dell’arte e della città.
L’idea su cui si basa l’impianto progettuale è quella di consentire alle opere contenute nel museo di uscire dal involucro (infrangendo una logica espositiva di tipo tradizionale), ed aprirsi alla dinamica della realtà urbana, stabilendo con essa un rigenerativo interscambio.
Il museo ha una configurazione verticale ed il sistema di rampe poste lungo la superficie del suo involucro sono l’elemento che determina la dinamica del movimento, chiaramente percepibile dall’esterno e dall’interno dell’organismo, come avviene in una precedente opera di Tschumi, il Lerner Hall Student Center.
A piano terra si trovano la biglietteria, i servizi d’informazione e un bookshop, nei primi quattro piani superiori il parcheggio e, poi, le sale espositive. L’ultimo livello è occupato da un ristorante e un giardino delle sculture. Il percorso delle rampe (affiancato dagli ascensori e dalle scale che collegano i diversi piani) prende inizio dall’alto, come nel Guggenheim di Frank Lloyd Wright a cui il museo si ispira, ribaltandone però il senso: qui il visitatore, nella sua lenta discesa, non è indotto a ‘dialogare’ con il grande vuoto centrale interno, ma con l’esterno della città; «[…] le rampe determinano degli spazi interstiziali», nota Tschumi, «che permetteranno di stabilire un rapporto tra le opere esposte nella galleria e la produzione culturale della strada» .
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