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Studio Schiattarella. Due progetti nella Corea del Sud
Rivista Metamorfosi N° 52
di gennaio febbraio, 2005
Autore: Michele Costanzo
Articoli Il progetto per il Metropolitan Museum di Seul (2000-2002), realizzato da un gruppo di architetti romano di cui fanno parte Gianni Bulian, Amedeo Schiattarella e Corrado Terzi, prende le mosse dalla richiesta, da parte dell’Amministrazione della megalopoli coreana, di un intervento di ristrutturazione all’interno del primo piano dell’edificio esistente, il Seul Historical Museum, realizzato negli anni Settanta.
L’imponente costruzione a due piani, impostata su un disegno planimetrico ad U, sorge sulle rovine del Palazzo Reale Gyunghuigung. La particolare situazione contestuale ha sollecitato i progettisti a sviluppare un’ipotesi di riassetto più ampia, coinvolgente anche l’area archeologica circostante. La linea guida che emerge da tale scelta è sintetizzata dalla frase iniziale della relazione che accompagna la proposta: “Il Museo è il luogo dove viene raccontata la storia del passato attraverso gli strumenti e le forme della contemporaneità: è lo spazio in cui convivono il passato e il presente”.
Un primo importante tema che sarà affrontato dagli autori è la duplice realtà percettiva dell’oggetto architettonico: quella dell’edificio museale visto dall’esterno; e quella, osservata dal suo interno, del frammento di paesaggio in cui sorge, unitamente all’insieme delle testimonianze storiche in esso presenti. Tali aspetti prenderanno forma con la costruzione di una parete di granito nero, posta sopra uno specchio d’acqua e orientata secondo l’antica maglia geometrica ancora chiaramente leggibile, il cui fine è quello di stabilire una rete di comunicazioni tra museo e città per mezzo di schermi verticali di cui è munita; e con la realizzazione di un nuovo disegno di pavimentazione, in cui sono riportati i segni degli antichi tracciati che investe, a un tempo, l’esterno e la stessa conformazione dello spazio interno.
Un secondo importante tema riguarda la ‘rottura’ della rigidità organizzativa dell’impianto preesistente, che porterà alla riconfigurazione di un ambiente unitario assolutamente fluido, impostato sulla duplice idea di narrazione e di libera percorrenza.
L’incrocio di questi due aspetti è alla base del nucleo concettuale della proposta, che tende a raggiungere un attento controllo della complessità, della molteplicità dei riferimenti e stimoli culturali presenti; e questo, avviene con la sapiente articolazione di strutture espositive dalla incisiva e suadente caratterizzazione formale, presenze volumetriche dal disegno essenzialmente definito a cui superfici dinamiche e avvolgenti fanno da contrappunto, dando luogo ad una varietà di ‘figure-cardine’, concatenate tra loro in maniera fluida, apparentemente ‘spontanea’, al fine di istituire, nei confronti dell’utente, un’immediata e sollecitante accessibilità intellettuale-percettiva.
Così, il pregevole materiale storico/artistico riguardante Seul, pur rigidamente organizzato per sezioni (storia, vita, arte e cultura, sviluppo, futuro della città), oltre ad essere letto dal visitatore sulla base del predisposto ordinamento, ha la possibilità di essere liberamente scoperto, secondo interessi e sensibilità soggettive e sollecitazioni del tutto estemporanee.
L’intervento progettuale, oltre all’idea di un grande spazio contenitore su cui è imperniato, punta altresì a trasmettere emozioni, curiosità, interesse, stupore. Ciò avviene mediante una molteplicità di esperienze che sono offerte al fruitore, e che corrispondono a differenti modi di osservare una realtà, o un semplice fenomeno; per cui, si passa dalla possibilità di ricavare un’informazione mediante un rapporto tattile con un oggetto, a percezioni/informazioni più complesse di tipo virtuale/interattivo con esso.
Questa impostazione organizzativa, che va dall’esperienza empirica alla teorica, trova puntuale riscontro nel disegno degli elementi che definiscono i diversi ambiti spaziali (che sono pareti avvolgenti, scale, ballatoi d’affaccio, e quant’altro), come in quello degli arredi e degli stessi materiali di cui sono composti. I colori, la luminosità, le trasparenze, che caratterizzano la loro condizione materiale, trasmettono all’insieme una sensazione di equilibrio e accattivante originalità.

Il secondo progetto è il Nam June Paik Museum, destinato a collegarsi all’esistente Provincial Museum di Kionggy. Si tratta di una proposta concorsuale, elaborata da un gruppo di architetti in cui sono ancora presenti Bulian e Schiattarella . Anche in questo caso, pur essendo la situazione contestuale del tutto diversa dalla precedente, il tema che contraddistingue il progetto è rappresentato dalla ricerca di uno spazio ‘fluido’.
Il terreno è caratterizzato da un’orografia assai movimentata e l’edificio -un corpo in sé unitario, sottolineato da un rivestimento in lamiera stirata che totalmente l’avvolge- interagisce con esso, apparendo e scomparendo tra rilievi e depressioni come una barca in un mare tempestoso che, ora è inghiottita dalle onde, ora riemerge.
Le parti affioranti del volume e le situazioni singolari di cui si compone il progetto ritrovano una loro unità d’insieme, anche in questo caso, attraverso la sua ‘struttura narrativa’, che prende forma nel ‘percorso’.
Si tratta di quattro emergenze che vanno a comporre un disegno che punta a completarsi con quello naturale, peraltro anch’esso progettato “al fine di valorizzarne potenzialità ancora inespresse”, com’è scritto nella relazione di progetto.
Il primo nucleo distintivo è l’ingresso che funge da filtro tra la città e lo spazio espositivo; il secondo è lo studio dell’artista, uno spazio scavato nel terreno da cui svetta una torre belvedere che consente di osservare eventi e performance che si svolgono all’esterno; il terzo è il ponte che collega tra loro gli spazi per mostre, lo studio di N. J. Paik, il bar, il bookshop, i servizi del museo, e il teatro acquatico, che rappresenta un punto d’incontro e di aggregazione; il quarto, infine, è costituito dalle terrazze sul lago che stabiliscono un rapporto tra paesaggio e museo, tra ambiente e spazio espositivo, essendo anche luoghi da utilizzare per piccoli spettacoli o installazioni.
Il percorso è, dunque, un ideale tramite fisico e concettuale che lega in una sequenza di visioni, eventi ed esperienze lo spazio interno con l’immediato esterno per poi riconnettersi, in una dimensione più dilatata, con la città stessa.

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