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Interferenze. Due recenti progetti di Ian+
Rivista Metamorfosi N° 53
di marzo aprile, 2005
Autore: Michele Costanzo
Articoli Uno dei principali obiettivi attorno a cui si sviluppa e prende forma la ricerca progettuale di IaN+ (Carmelo Baglivo, Luca Galofaro, Stefania Manna) è quello di una nuova definizione del concetto di territorio, inteso come tramite spaziale, nucleo relazionale, oggettivo e teorico, tra il paesaggio e chi lo abita. Tra i suoi interessi primari sta, dunque, quello di risvegliare attraverso il progetto la capacità di percezione degli utenti nei confronti della realtà in cui sono inseriti attraverso un'azione di ridisegno e di riconfigurazione dei luoghi e dei sistemi di relazione che li definiscono. Un impegno portato avanti nella stretta coniugazione di un duplice livello d'intervento, teorico e concreto, che punta ad instaurare un diverso rapporto tra paesaggio artificiale e paesaggio naturale, tra globale e locale. Un processo ideativo che si distingue per il contemporaneo, sistematico svilupparsi ed intrecciarsi del piano sperimentale con quello estetico, economico, tecnico-scientifico, sociale, fino a quello più strettamente concettuale, messo assai bene in luce da Luca Galofaro in Artscapes, nel prendere in esame il rapporto tra arte e paesaggio attraverso l'azione creativa e trasfigurativa di artisti e architetti a partire dal fondamentale cambio di statuto avvenuto nel campo dell'arte negli anni Sessanta. Tale sottile meccanismo d'interrelazione tra molteplici aspetti della realà è poi, in altro senso, messo in chiaro risalto in due monografie curate dagli stessi progettisti: IaN+. Interferenze con il reale, e Microinfrastrutture. In essi, attraverso un'operazione autoriflessiva, i tre architetti romani analizzano le ragioni del proprio fare, prendendo in esame le diverse tappe della loro ricerca svolta, e mettendo in luce aspetti specifici di singoli progetti nell'intento di far emergere il filo logico che li percorre. Future House (2004)1, è un progetto elaborato da IaN+ per un concorso bandito dall'ANCE sul tema dell'abitare, dal titolo "La città del futuro", di cui è risultato vincitore ex equo con lo studio Nemesi. L'impegno degli architetti è, qui, particolarmente rivolto all'individuazione di un punto d'equilibrio tra i principi generali cui fa costante riferimento il loro impegno operativo e quelli più specifici relativi al rapporto tra artificiale e naturale, legati alla tematica del futuro sostenibile che si inserisce in tale binomio stabilendo un fondamentale, reciproco raccordo. L'occasione del progetto, per gli stimoli che pone, dà loro modo di formulare, in maniera spazialmente accattivante e tecnologicamente ben delineata, un'ipotesi applicativa del concetto di "nuova ecologia", corrispondente al loro criterio d'intervento nel territorio per una sua trasformazione. Il progetto prende le mosse da un'ideale struttura a corte per poi, nel corso del successivo sviluppo, modificare il tradizionale impianto in rapporto alla situazione ambientale circostante e all'ordinamento spaziale interno. Tale proposta, è interessante notare, presenta dei forti elementi analogici con quella elaborata per la mostra di Tokyo "Working at Home" (2003), che è utile qui richiamare. Essa è basata sull'ipotesi trasformativa di uno degli edifici a corte che contrassegna la struttura urbana del quartiere romano Testaccio: di origine operaia, modificatosi negli ultimi decenni in zona residenziale, in prevalenza borghese, definita da una forte presenza giovanile dai variegati interessi culturali e dall'eterogenea attività lavorativa. L'idea dei progettisti è stata quella di modificare la rigidita d'impianto del blocco a corte rendendolo in grado di recepire una diversa complessità di vita ed una maggiore varietà di esigenze di tipo individuale e sociale. E questo, attraverso l'inserto di "teletubi": un nuovo spazio in grado di inglobare il paesaggio esterno e di affermarsi come luogo naturale per il relax, lo sport e il lavoro. Tali corpi aerei che dilatano lo spazio interno degli alloggi proiettandoli all'esterno, costituiscono altresì un elemento di "interferenza" nel sistema abitativo. Essi, infatti, determinano una nuova spazialità, diventando "[...] luoghi di connessione tra parti diverse della struttura e contribuiscono alla definizione di un diverso grado di socialità che si contrappone all'isolamento dell'attività lavorativa confinata nello spazio domestico". Ma, soprattutto, sono rappresentativi dell'ipotesi di rendere l'alloggio autosufficiente in senso energetico, in quanto quello che li caratterizza è proprio "[...] il doppio sistema di produzione di energia. Energia autoprodotta attraverso l'attività fisica ed energia passiva generata dallo sfruttamento dell'energia solare". Future House, dunque, trasferendo la struttura abitativa nel paesaggio sviluppa ed arricchisce il nucleo di idee contenute nel precedente progetto. In questa nuova condizione la struttura trova modo di agire attraverso la particolare conformazione del suo perimetro esterno sensibilmente indirizzato ad individuare diverse e più complesse relazioni con la natura, la città e le abitazioni circostanti. L'architettura, in questo modo non si pone come un oggetto isolato, ma piuttosto come una struttura connessa al territorio proprio in virtù della cultura tecnologica e del contesto che la sostiene. La costruzione, specificano gli autori, "nasce dall'accostamento di blocchi cavi, riempiti di materiali diversi: terra, acqua, aria", che contribuiscono alla sostenibilità dell'edificio. "L'atto generativo del progetto è quello di seguire il limite tra interno ed esterno, ma tale limite risulta volutamente "sfuocato" per manifestare il suo tendere verso un'integrazione con le diverse situazioni che contraddistinguono l'ambiente con cui si relaziona. L'interno, al contrario, ha una spazialità formalmente definita, finalizzata allo svolgimento della quotidianità del vivere e delle attività lavorative e d'incontro e, pur sviluppandosi in continuità per favorire una dimensione collettiva, permette anche di ritrovarne una dimensione più circoscritta e individuale. Laboratori a Tor Vergata (1998-2004) è un'opera la cui realizzazione è stata recentemente portata a conclusione, e pur nella diversità dell'impegno sul piano ideativo rispetto al precedente progetto, mette tuttavia a fuoco un interessante aspetto del percorso del gruppo romano: quello in cui le problematiche del concreto, stemperano la componente concettuale per consentire l'acquisizione di una più vigile sensibilità nella definizione formale dell'oggetto. Si tratta di un volume a due piani che fa parte del Campus Idrobiologico della Seconda Università di Roma Tor Vergata. La struttura, per gli impianti di cui è dotata, è posta in un luogo di margine, un'ideale linea di confine tra città e campagna. Questo stato di 'non appartenenza' ad un luogo definito consente all'edificio di relazionarsi in forma libera (da questioni di "mimesi, analogia e tipologia") agli ampi spazi verdi circostanti come, pure, ad un insieme di costruzioni preesistenti a carattere rurale e a nuove destinate ad uffici e laboratori universitari, badando piuttosto ad un rapporto con la loro componente "materica". "Nonostante le ridotte dimensioni il nostro intervento aspira ad essere un elemento seminale che crea degli stimoli in senso dinamico e induce alla trasformazione". L'edificio sviluppa l'organizzazione interna e della sua immagine esterna sulla base del programma. In questo modo, la fronte a nord e la simmetrica a sud, hanno una differente configurazione. Nella prima, una 'disordinata' dislocazione delle bucature circolari dal ridotto diametro, riflette la presenza della scala che mette in comunicazione i due livelli, addossata sulla superficie interna della parete. Nella seconda, un analogo 'disordine', questa volta non 'casuale', ma attentamente meditato così da evocare, nel gioco di sfalsamenti delle finestre dei laboratori e degli uffici, certe soluzioni veneziane e milanesi di Ignazio Gardella e di Luigi Caccia Dominioni, a testimoniare un importante, rinnovato interesse, anche se criticamente distaccato, della giovane generazione per l'architettura del nostro recente passato. A piano terra, superato l'ingresso con scala, si incontrano i laboratori e un ambiente destinato agli impianti tecnici, l'ascensore e ai servizi igienici. Al piano superiore, otre ad ascensore, servizi e locale impianti che si ripetono, si trova un ufficio ed una sala per riunioni che parzialmente si protende con uno sbalzo sulla parete d'ingresso, il suo tetto inclinato e la grande finestra che si guarda la piazzetta antistante sono elementi che creano una sensazione di sorpresa e danno all'immagine architettonica un singolare, seduttivo carattere che investe l'ambiente circostante.

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