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Cane da tartufi
Rivista Metamorfosi N° 60
di maggio giugno, 2006
Autore: Michele Costanzo
Articoli L'operatività critica, come osserva Roland Barthes , si basa su una struttura instabile dagli esiti non univoci, paradossalmente oscillate tra la contaminazione del processo analitico e il filologico rispetto del testo. Il contraddittorio stato che ne designa la cifra caratteristica è dovuto alla sua, quasi, inconscia, insinuante esigenza di perseguire un progressivo inserimento nel mercato dell'industria culturale e negli apparati d'opinione.
Tale fondamentale trasformazione del quadro culturale di riferimento, sarà l'elemento generativo della spinta a rielaborare una diversa definizione del suo ruolo, e del suo protocollo teorico.
L'accelerazione del ritmo temporale prodotta dal progressivo ingresso nel mondo dell'informazione, e l'assunzione del presupposto che tutto possa diventare oggetto di comunicazione, porterà, per dirla con Gianni Vattimo, ad una di "riduzione della storia sul piano della simultaneità".
Tale nuova condizione della contemporaneità, espressione del vorticoso dinamismo che avvolge il processo di trasformazione del reale, da un lato crea una riduzione della distanza prospettica da parte dell'osservatore nei confronti dell'evento, e dall'altro sottrae alla critica la condizione necessaria per poter esercitare il proprio ruolo. Questo, produce un senso di "appannamento" della visione delle cose: un po' come accadeva con i soffietti delle vecchie macchine fotografiche quando un impedimento alla loro naturale estensione non consentiva all'obbiettivo di mettere a fuoco l'immagine. La diversa percezione del mondo che sembra ormai consistere in «[...] una serie di primi piani dalla durata effimera» , è la causa dello stato di disorientamento della critica che caratterizza la condizione del presente; il cui paradosso sta nel trovare «[...] la sua legittimazione sulla base di una performatività commisurata all'efficienza dei circuiti d'informazione, privati o pubblici, che riesce ad attivare» .
L'assunzione delle aporie sopra enunciate porterà Manfredo Tafuri ad elaborare una posizione di radicale rifiuto della critica architettonica in favore della storia, che così riassumerà in un'intervista: «[...] esiste una prassi di scrittura sull'architettura in fieri, sull'architettura "viva", che non si vuol considerare storia e che quindi inventa per se l'appellativo di "critica", quasi fosse possibile una critica che non sia già di per se stessa storia. E' anche vero, d'altra parte, che è assolutamente impossibile far storia ogni qual volta si affronta un edificio modesto di un mediocre architetto in qualche parte del mondo: questo genera nelle riviste d'architettura una pletora di pagine scritte [...] che generalizzano un parlare d'architettura in termini astratti o vagamente filosofeggianti» .
Tuttavia, stante l'irreversibilità del sistema di comunicazione in cui siamo totalmente immersi, è innegabile la necessità della critica, in quanto, come nota Franco Purini, senza di essa la stessa architettura non potrebbe esistere, rimarrebbero altrimenti degli «[...] oggetti solitari privati di quel tessuto di reciproche appartenenze e di rimandi a categorie generali che non solo li unifica ma ne determina l'esistenza come entità concettuali» .
Se si accetta, dunque, di convivere con le attuali dimensioni dell'arbitrario, del veloce, dell'instabile, allora l'irridente espressione tafuriana che dipinge il critico d'architettura come «un cane da tartufi» che serve «[...] per cercare il nuovo e sbarazzarsi del vecchio» , può essere a malincuore accettata come immagine icastica della nostra realtà.

Stante questa premessa, il criterio che ha motivato fino ad ora le scelte dei lavori di progettisti (quali: Diller + Scofidio, Moss, Tschumi, Claus en Kaan, MVRDV, Nio architecten, NL Architects, Dalisi, Gigli, Toccafondi, Schiattarella, A12, ma0/Emmeazero, IaN+, ed ad altri) operanti in campo nazionale o internazionale, presentati nella rubrica "Opere e Progetti" da me curata, debbo confessare, è proprio quella "sensitiva" del "cane da tartufi", in quanto più che un criterio generale posto a monte delle scelte, ho preferito lasciar prevalere il pungolo della curiosità, e il senso dell'affettività rivolta ad aree culturali, ad autori, a percorsi mentali, creativi, e alla capacità di coinvolgimento emotivo, o intellettuale di alcune soluzioni progettuali. In definitiva, mutuando un'espressione di Pontus Hulten, ho cercato di "rimanere al di fuori di scuole, o di gruppi d'appartenenza, inseguendo piuttosto una sequenza turbinosa di artisti e affetti, di opere speciali, diverse, perfino anomale".

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