Libri 2000/2015
 
Spigolature architettoniche
Autore Michele Costanzo
Editore PDF, 2012
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Libro Spigolare, com’è noto, vuol dire raccogliere le spighe di grano rimaste sul campo dopo la mietitura, ma in questo caso spigolare deve essere inteso nel senso di scegliere, riunire articoli - quelli scritti (circa settanta) per «hortus»(1) - che, a loro volta, rappresentano una forma di spigolatura rispetto alla copiosa produzione architettonica nei diversi paesi del mondo globalizzato.
Ma la ragione di questo spigolare è che attraverso la raccolta di scritti, anche se nati con una loro autonoma finalità è possibile rileggere un disegno complessivo - come fossero tessere di un mosaico - costituito da un ristretto insieme di idee e di pensieri non esplicitamente espressi nei singoli articoli, ma che appaiono con una certa evidenza nella costruzione antologica.
Un diverso contesto è in grado di offrire un differente senso alle cose scritte e pensate. Un significato ulteriore che viene rivelato e che va aldilà delle intenzionalità, degli intendimenti espressi nel tessuto di parole di ogni testo. Nel caso specifico, le intenzioni di fondo che emergono con maggiore evidenza e che costituiscono il tema di questa raccolta sono due, apparente diverse tra loro, ma strettamente correlate.
La prima riguarda l’internazionalizzazione del linguaggio architettonico che apre ad una problematica che può essere definita con il titolo: “familiare ed estraneo”(2). Una questione determinata dal fatto che molti degli architetti qui presentati, appartenenti alla ristretta élite delle archistar, spesso invitati a realizzare i loro lavori in paesi lontani dai loro luoghi d’origine o dalle loro radici culturali. Una prassi che, nel corso del tempo, ha determinato una sorta di curioso intreccio di civiltà, costumi, tradizioni, ideali e quant’altro. E per quanto riguarda le opere, ha prodotto una forma di internazionalizzazione dei loro linguaggi ed anche dei luoghi destinati ad accoglierle. Anche se tutto questo sembra rispecchiare una realtà largamente diffusa e consolidata, tale aspetto della produzione architettonica a carattere internazionale è ancora un importante tema di riflessione ed, anche, di contrasto. Si tratta di una diversa visione della realtà che ha come base problematica la modificazione del significato dell’oggetto architettonico, del suo modo di porsi rispetto alla società, e della sua stessa essenza. Tema, questo, che ha una diretta relazione con il nuovo assetto del mondo determinato, come si diceva all’inizio, dall’avvento della globalizzazione. Un fenomeno, di tipo politico, economico, produttivo, che nasce con l’internazionalizzazione dei rapporti tra paesi, e che produce forti ricadute in campo sociale e culturale.
La seconda, riguarda le problematiche architettoniche che nascono dalla condizione presente, dal suo essere un’epoca di trapasso: dalla modenità alla postmodernità o new realism o altro ancora da definire. In effetti si tratta di un periodo di ‘frattura’ la cui più immediata manifestazione sta nel diverso modo di considerare la dimensione e il senso del reale. Numerosi sono gli scritti che in questi recenti anni hanno trattato l’ispido argomento del trapasso dalla modernità al presente; particolarmente interessanti sono alcune considerazioni espresse da Eugenio Scalfari nel suo libro, Per l’alto mare aperto, il quale su tale questione opera una interessante, seppure molto personale, lettura. La modernità, egli afferma, è «[...] un’epoca mai simile a se stessa, sempre in cerca di sperimentare il nuovo, di allargare il respiro delle generazioni, di modificare l’identità senza smarrire la memoria, senza impoverire il lascito che per tanti anni è passato di mano in mano, contestato ma custodito, fino a quando fu rifiutato e l’epoca allora si è chiusa»(3).
Il punto cardine della transizione, come l’autore lascia intendere, consiste nella cessazione di tale “continuità”, ovvero di quel “rito” secolare della trasmissione del sapere, dell’assunzione del “lascito” dei padri, consistente in un patrimonio d’esperienze, di conoscenze che dovrebbero essere messe a frutto dalla giovane generazione - peraltro, com’è sempre avvenuto nel corso di una secolare tradizione - con l’aggiunta del loro ingegno e della loro sensibilità.
«E’ durato quasi un secolo il tramonto della modernità», aggiunge l’autore, «nella vecchia Europa dove era nata. Come il sole che lungamente si attarda nei crepuscoli incendiati di rosa e d’oro e poi d’improvviso precipita nell’ombra della notte»4.
Questa nuova visione del mondo - che dovrebbe corrispondere ad una maggiormente diffusa consapevolezza - si è andata manifestando nel tempo attraverso numerose e importanti modificazioni nel campo della politica, dell’economia, della scienza, della tecnologia, della comunicazione, dell’arte e dell’architettura. Riguardo a quest’ultimo settore scientifico-disciplinare, bisogna aggiungere che anche il suo più circoscritto ambito di ricerca ha subito un radicale cambiamento dal punto di vista della manipolazione materiale, dell’espressione estetica, nonché delle sua rappresentatività culturale.
Per la sua salvezza dalla sua “liquefazione”, come afferma Vittorio Gregotti, è necessario un recupero del suo aspetto identitario. Per questo, è importante ridefinire i suoi confini, sia nell’ambito dell’interdisciplinarietà che ormai caratterizza la metodologia progettuale e attraverso una pratica artistica dotata di senso proprio, che in quello della definizione dell’immagine architettonica che, aldilà della sua essenza, dovrebbe tornare ad essere, com’egli sostiene, «[...] sostanza che produce interpretazione»5.
1
«hortus» rivista di architettura on line della Facoltà di Architettura di Roma, Sapienza.
2
E’ un tema affrontato nel saggio curato da Sang Lee e Ruth Baumeister, The Domestic and the Foreign in Architecture, 010 Publishers, Rotterdam 2007.
3
Eugenio Scalfari, Per l’alto mare aperto, Einaudi, Torino 2010, p. 264.
4
Ibidem, p. 280.
5
Vittorio Gregotti, Contro la fine dell’architettura, Einaudi, Torino 2011.