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Luca Garofalo, Artscapes, Editorial Gustavo Gili SA, Barcellona 2003
Autore: Michele Costanzo
Il tema che Luca Galofaro sviluppa in Artscapes è quello del rapporto tra arte e paesaggio. Un paesaggio visto attraverso lo sguardo creativo e poetico di architetti e di artisti che, a partire dagli anni Sessanta, hanno realizzato una molteplicità di interventi di sua riconfigurazione, uscendo dal white cube, ossia dalle ormai anguste pareti del museo moderno, e andando ad 'occupare' lo spazio esterno (uno spazio che è di tutti), con l'intendo di creare più diretti e profondi stimoli nella coscienza comune.
Una ricca e serrata sequenza di esperienze, quella presentata in Artscapes, in assoluta sintonia con il nucleo concettuale attorno a cui ruota la ricerca del gruppo IaN+, di cui fa parte Galofaro, insieme a Carmelo Baglivo e Stefania Manna.
Obiettivo del gruppo, infatti, è quello di tendere, attraverso il lavoro progettuale, alla ri-definizione del concetto di territorio, inteso come spazio di relazione tra paesaggio e suoi abitanti.
Il fine, quello di risvegliare la capacità di percezione della realtà tramite la risemantizzazione dei luoghi e dei sistemi di relazione che li definiscono, instaurando un diverso rapporto tra globale e locale, nonché tra paesaggio costruito e paesaggio naturale.
Nello scritto introduttivo, intitolato Comprendere e costruire lo spazio fisico, Gianni Pettena rimarca come tale sensibilità che ha cominciato a delinearsi con le esperienze artistiche della Land Art, sia ben presto diventata anche patrimonio specificamente architettonico con il, così detto, "movimento radicale".
Il testo di Galofaro, sulla base di questa premessa, manifesta un duplice obiettivo, il primo esplicito, il secondo implicito. Da un lato, dunque, la volontà (ed anche la curiosità) di declinare le possibili modalità mediante cui il paesaggio si trasforma, tramite l'approccio dell'arte; e questo, fino ai più recenti sviluppi tramite l'esame di differenti esperienze. Dall'altro, quello di misurare, attraverso tale studio, le forme di arricchimento concettuale, e di approfondimento della propria ricerca progettuale.
Il saggio, in questo modo, dal radicale cambio di statuto dell'arte -che come si è detto avrà anche importanti ripercussioni anche nel campo architettonico- inseguendo le tappe dei suoi più importanti sviluppi, a partire da Spiral Jetty di Robert Smithson, Great Salt Lake, Utah, USA 1970 e Observatory di Robert Morris, Jmuiden, Olanda 1971, giunge ai più recenti 1000 White Flags di Casagrande & Rintala, Koli National Park, Finlandia 2000 e Blur di Diller+Scofidio, Expo 2002 Neuchâtel, Svizzera.
Tale singolare genere di espressione artistica, che Galofaro definisce "invenzione nel paesaggio", negli esempi più recenti, assume anche la caratteristica di una sua 'reinvenzione' totale, come è il casio del Dutch Pavilion di MVRDV, Expo 2000 Hannover, Germania, o di City of Culture di Peter Eisenman, Santiago de Compostela, Spagna 2001. In esse, l'opera da soggetto della rappresentazione si trasforma in oggetto, diventando con il processo di riflessione e analisi a cui verrà sottoposto nel corso di questi ultimi anni, un "materiale con cui ricostruite il territorio".
L'autore pone altresì in evidenza come il "paesaggio artificiale", mediante l'apporto del lavoro e dalla sensibilità di distinte figure di progettisti, sia in grado di modificare la natura di un luogo e di stabilire un più intenso dialogo con coloro che vivono nel suo ambito (o lo fruiscono in forma temporalmente limitata).
Le numerose sfaccettature in cui l'interessante tema trova sviluppo, sono affrontate da Galofaro attraverso la scansione di sei capitoli, "non necessariamente posti in rapporto di reciproca conseguenza". Uno spazio da scoprire, prende in esame la fase in cui, con Gordon Matta-Clark, viene abbattuto il confine tra arte e architettura. Ridefinire lo spazio del territorio, riguarda proposte di intervento che ricercano un tipo di interazione con il paesaggio, puntando l'attenzione su aspetti caratteristici; un esempio è l'installazione di Makoto Sei Watanabe che nel registrare il movimento del vento, in effetti opera una trasformazione del 'naturale' in 'artficiale'. Quando l'arte diventa paesaggio, in cui l'artisticità dell'intervento, come nel caso di Christo & Jeanne-Claude, tende ad andare al di là del valore dell'oggetto per investire l'intero processo realizzativo. Arte + architettura + contesto, dove l'attenzione è rivolta al tema dell'interferenza (in senso emotivo-relazionale) tra oggetto estetico e pubblico, come si ritrova nell'opera di Richard Serra. Trasformazione del paesaggio, in cui l'interesse è il processo di metamorfosi del contesto; per cui, come accade per certi interventi di West 8, sembra che sia stata azzerata la differenza tra spazio e installazione, tra costruzione e ambiente naturale. Programmare la superficie della terra, in cui, come avviene con FOA (Foreign Office Architects) e Shuhei Endo, per eliminare la separazione tra l'oggetto costruito e la superficie del terreno destinata ad accoglierlo, gli architetti progettano un paesaggio artificiale attraverso la modellazione di un piano dal suggestivo valore concettuale e formale.